giovedì 17 maggio 2012

Calabresi, i fantasmi di un mondo ormai sparito - Aldo Cazzullo su Corriere della Sera

Luigi Calabresi
Quarant'anni fa, in questo stesso giorno, veniva assassinato a Milano il commissario di polizia Luigi Calabresi. Lo sparo di via Cherubini è il primo delitto politico (a parte l'assassinio del dirigente Fiat Erio Codecà, la cui matrice non fu mai definita con certezza) compiuto in Italia dai tempi delle vendette partigiane nel triangolo della morte. È la scintilla che innesca quella mimesi di guerra civile combattuta negli anni successivi: non un conflitto tra due fazioni, ma l'attacco di due fazioni allo Stato. Certo, il 17 maggio 1972 segue di due anni e mezzo la bomba di piazza Fontana, l'inizio dell'eversione nera, sempre a Milano. Ma segna comunque un passo ulteriore: prova che esiste anche il terrorismo rosso, e anch'esso è pronto a uccidere. Altre mani colpiranno il 17 giugno 1974, assassinando due militanti missini a Padova; e, ancora, l'8 giugno 1976, uccidendo il procuratore generale di Genova Francesco Coco e due agenti di scorta, alla vigilia delle elezioni.
Il ferimento dell'ingegnere dell'Ansaldo Roberto Adinolfi, a Genova, nel giorno delle elezioni, ha fatto scattare una serie di raffronti con gli Anni Settanta, corroborati dalle consuete interviste a terroristi più o meno pentiti. È bene però sgombrare il campo da paragoni del tutto fuori luogo. La storia non si ripete mai due volte; e nessuna delle condizioni in cui nacque e si sviluppò il terrorismo rosso negli Anni Settanta esiste ancora oggi.
Quarant'anni fa c'era in Italia il più grande partito comunista dell'Europa occidentale. E alla sua sinistra era cresciuta un'area che lo accusava di aver tradito gli ideali rivoluzionari per la democrazia borghese, e proclamava: la rivoluzione la faremo noi. Quarant'anni fa il mondo era diviso in due blocchi contrapposti: il blocco comunista armò, finanziò, sostenne e tentò di influenzare i movimenti terroristici in Europa occidentale; e anche i servizi atlantici ebbero modo di strumentalizzarli, come insegna il caso
Moro.
Quarant'anni fa esistevano in Italia grandi conglomerati industriali, da Mirafiori a Marghera, da Sampierdarena a Sesto San Giovanni, dove decine di migliaia di operai-massa lavoravano fianco a fianco, con la stessa qualifica, lo stesso salario, la stessa cultura di classe, la stessa insofferenza verso il «padrone» e talora verso il partito e il sindacato. Fu quello, accanto alle università occupate (e all'accondiscendenza di parte del ceto intellettuale) il brodo di coltura del terrorismo.
Oggi quel mondo non esiste più. In compenso gli inquirenti che indagano sull'eversione hanno a disposizione strumenti all'epoca inimmaginabili. Mettere in piedi una rete terroristica su vasta scala e in grado di resistere nel tempo, in un'epoca in cui ogni comunicazione telefonica o elettronica può essere rintracciata, richiede strumenti finanziari e logistici del tutto diversi rispetto al passato.
Questo non significa che la situazione non sia seria. Anzi, l'allarme deve suonare per tutti. Nel clima di disagio sociale e sofferenza giovanile, sta crescendo un'altra generazione esposta alla tentazione della violenza. Ma non è con le categorie, le parole e tanto meno i testimoni del passato che ne verremo a capo. Per questo, dare spazio ai Curcio e ai Segio, oltre che eticamente discutibile, è fuorviante.
Non si tratta di negare la parola a uomini restituiti alla vita civile dopo lunghe detenzioni. Si tratta, come ha scritto Agnese Moro in una bellissima lettera alla Stampa , di distinguere chi ha ripudiato la violenza al termine di percorsi dolorosi da chi ancora oggi rifiuta di condannarla; come ha rifiutato Curcio nel suo colloquio con Repubblica .
Una società in cui un ragazzo su tre (al Sud anche di più) è senza lavoro può cercare quelle che appaiono scorciatoie e sono invece strade senza sbocco. La gravità del momento richiama ognuno di noi alle proprie responsabilità: bandire la violenza, verbale e fisica, dalla vita pubblica; insegnare ai giovani che la violenza non giova ad alcuna causa, anzi è sempre controproducente. Un conto è la memoria, un altro l'ossessione. Un conto è il rispetto per le vittime, un altro la malcelata curiosità per i carnefici. Oggi ricordiamo il commissario Calabresi, vittima innocente. E affrontiamo i rischi del futuro, senza evocare i fantasmi di un mondo finito.

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