giovedì 10 maggio 2012

Come non strangolare la nazione - Beppe Severgnini su Corriere della Sera

Un Paese perennemente incerto sembra essere arrivato a una conclusione: “I giovani, s’arrangino. Non sono un investimento: sono una seccatura”.
Non sto cercando la loro benevolenza, scrivendo così, e non sto idealizzando una generazione: le cene eleganti di Arcore erano piene di giovani, e così le curve alcoliche di certi stadi. Forse, nella mia difesa di chi viene dopo, c’è anche l’egoismo di chi è nato prima. Vorrei vedere mani forti e nuove, sul volante italiano. Anche perché non mi dispiacerebbe rimanere a bordo ancora per qualche tempo, devo dire. Invece mi rendo conto che la mia generazione di figli del boom (1946-1966), spaventata, si comporta come i gatti quando prendono paura: sbuffa e rizza il pelo davanti alle novità.
L’ho visto accadere spesso, negli ultimi tempi. Anche nel magnifico Festival del Giornalismo di Perugia, dove alcuni autorevoli colleghi cercavano di convincere i ragazzi presenti che le novità portate da internet sono la tomba del mestiere. Per fortuna i ragazzi non si lasciavano convincere. Anzi, negli inesistenti cimiteri del giornalismo ci farebbero volentieri un picnic, se gli lasciassimo un po’ di spazio sul prato.
In attesa di capire l’aria che tira al Salone del Libro di Torino (Twitterlectio sabato ore 19.30 in Sala Azzurra, interessa?), giro università: luoghi dove la primavera porta profumi interessanti. Martedì Statale, oggi Bocconi, ieri Cattolica: dove Alessandro Rosina ha organizzato una fascinosa, torrida discussione (fascinosa per il tema, torrida per le finestre chiuse). Titolo: “Come dar peso al futuro.
Far contare di più il voto dei giovani?”.
Accade infatti che nel 1991 – fine prima Repubblica, quindi – la fascia d’età 16-30 contasse in Italia quasi 13 milioni e mezzo di persone, mentre la fascia 60-74 arrivava a poco più di 8 milioni. Oggi il rapporto di forze si è rovesciato: la fascia 16-30 è scesa a 9,7 milioni, quella 60-74 è salita a 9,8 milioni. Se però togliamo i giovani stranieri e 16-17enni italiani che ancora non votano, il numero degli under-30 scende: solo 7,5 milioni. Un peso relativo tra i più bassi del mondo, ricorda il professor Rosina.
Che si fa? Si concede il voto agli stranieri nati in Italia, come molti suggeriscono e qualcuno teme? Si abbassa l’età del voto a 16 anni? Si abbattono gli anacronistici requisiti per l’elettorato passivo (25 anni alla Camera, 40 anni al Senato), caso unico in Europa? Oppure – sentite questa – si attribuisce ai
genitori un voto extra per ogni figlio minorenne (proposta di Luigi Campiglio, autore di “Prima le donne e i bambini”, Il Mulino)? Soluzione radicale, certo: ma qualcosa biasogna fare, e in fretta.
L’alternativa l’ha brutalmente riassunta Martin Wolf sul “Financial Times”, qualche tempo fa: “permettere che gli anziani strangolino le società in cui vivono”.
Dimenticavo: tra poco avrò un’età da strangolatore. Ma non è un’attività per cui mi sento portato, o di cui andrei orgoglioso.

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