martedì 8 maggio 2012

Hollandismo italiano? No - Marco Follini su Europa

Poco prima di morire il cardinal Richelieu inviò a Luigi XIII il suo testamento politico. Prendeva di mira il carattere raffazzonato della corte francese, dove a suo dire regnavano bassesse e desordres, e gli additava ad esempio quelle corti cardinalizie in cui la Chiesa aveva saputo contemperare al meglio sobrietà e magnificenza. Era Roma, per così dire, a dare la linea a Parigi. Correva l’anno di grazia 1642, e da allora molta acqua è passata sotto i ponti sia del Tevere che della Senna.
Modelli non ce ne sono più, e la linea ognuno se la cerca in mezzo alle sue difficoltà. Appunto per questo conviene andarci piano con le imitazioni e perfino con le ammirazioni. Fuor di metafora, anch’io sono contento per la vittoria di Hollande. Penso che il suo dinamismo possa far bene all’Europa arrotondando gli spigoli più acuminati del rigore tedesco e scommettendo su di una più generosa politica dell’offerta. Il nuovo inquilino dell’Eliseo è l’espressione di una “forza tranquilla”, capace di raccogliere il voto del vecchio Chirac, l’aperta sponsorizzazione del centrista Bayrou e perfino il tifo cisalpino dell’ex berlusconiano Tremonti e del semiberlusconiano Ferrara. Insomma, tutt’altro che un sovversivo.
E tuttavia l’Italia non è la Francia. E la corsa a cavalcare l’hollandismo come nuova dottrina politica in vista dei nostri prossimi appuntamenti non mi convince più di tanto. Di là c’è un bipolarismo affermato e consolidato. Lo ha fondato il generale De Gaulle, lo ha spiegato il politologo Duverger. Ma soprattutto, quel sistema ha funzionato in nome di quella lealtà repubblicana che ha saputo mettere ai margini inesorabilmente le forze antisistema. Mezzo secolo di alternanza ha consentito ai socialisti di andare al potere per due volte con le loro forze e con le loro insegne.
Nella Quinta repubblica francese l’oscillazione del pendolo tra gaullisti e socialisti riassume insomma al meglio la vocazione politica ed elettorale di quel popolo. Nella nostra Prima repubblica e mezzo (perchè lì siamo) quella rigorosa divisione in due non funziona. E quando l’area più “progressista” si è proposta
sotto la bandiera rossa, o rosa, il risultato non è mai stato dei migliori. A suo tempo il Partito democratico era nato appunto per questo. Per sottrarre il centrosinistra a un destino troppo di parte in un paese che andava in cerca di un baricentro.
Io credo che tanto più oggi ci si debba proporre come la grande forza di coesione di cui il paese ha bisogno. Non come un esercito di parte, non come una fazione – sia pure illuminata e bene intenzionata. Noi dobbiamo spingere per un processo di progressiva riduzione delle distanze che separano le troppe Italie in conflitto. Si tratta di ricucire, con infinita pazienza e senza nessuna indulgenza verso lo spirito di setta. Per questo diffido di generali che annunciano battaglia, e preferisco diplomatici che intessono trattative. Il tifo per Hollande va bene, l’hollandismo in salsa italiana molto meno.

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