mercoledì 16 maggio 2012

Il dilemma crescita o austerità - Moisés Naìm su Repubblica

Crescita o austerità? È il grande dibattito di questo periodo. La cosa sorprendente è che viene presentato come se fosse un menù dove i Paesi sono liberi di scegliere il piatto che più gli aggrada. A chi è che piace l´austerità? Pagare più tasse, avere servizi pubblici più scarsi e meno efficienti, perdere sussidi e ridurre le tutele sociali? Ai tedeschi, a condizione che venga servita al tavolo dei loro vicini europei; e al sistema bancario internazionale, che vuole che quei fondi siano destinati a pagare i soldi che i Governi gli devono. E alzino la mano quelli che preferiscono la crescita: più posti di lavoro, più introiti e più prosperità per tutti. 
Eh già: tutti sono a favore della crescita e nessuno sceglie l´austerità, se può evitarlo. Il problema è che quello che è inevitabile non è soggetto a scelta. E se non c´è la possibilità di scegliere, non c´è dibattito. E invece il dibattito non solo c´è, ma è addirittura diventato lo spartiacque fondamentale di questo periodo. Il fatto che alcune politiche di austerità non produrranno la stabilizzazione economica che promettono, o che le politiche per la crescita non genereranno necessariamente più posti di lavoro, sono eventualità che finiscono seppellite sotto gli slogan e la demagogia. Viva la crescita! Morte all´austerità! Le grandi contrapposizioni dell´umanità storicamente erano motivate da cose come battaglie religiose e conquiste di territori e di ricchezze, o dall´ideologia. 
Le Crociate, le espansioni degli imperi o le guerre di indipendenza sono solo alcuni esempi. Nel secolo passato abbiamo avuto i nazisti contro gli Alleati, l´Unione Sovietica e i suoi satelliti contro gli Stati Uniti e i loro alleati, il capitalismo contro il comunismo, le democrazie contro i regimi autoritari... Il XXI secolo invece ci porta questo insolito confronto tra crescita e austerità. Da un lato ci sono quelli che propugnano l´idea di stimolare l´economia e creare posti di lavoro per milioni di disoccupati. Il nuovo presidente francese, François Hollande, è una delle figure simbolo di questo schieramento. Dall´altro lato ci sono quelli che combattono per il ritorno alla stabilità economica, per la qual cosa è necessario,
secondo loro, ridurre il divario fra entrate e uscite del Governo e l´indebitamento del settore pubblico. Questi sono i difensori del rigore di bilancio, guidati, come sappiamo, dalla cancelliera tedesca Angela Merkel; Mitt Romney e il Partito repubblicano, in America, sono schierati anche loro su queste posizioni.
Sia i sostenitori della crescita che i loro rivali, i fautori del rigore, recentemente hanno ricevuto appoggi di cui forse avrebbero fatto volentieri a meno. Nelle elezioni in Grecia, l´estrema sinistra – includendo il finora irrilevante Partito comunista – grazie al ripudio delle misure di austerità ha ottenuto un successo senza precedenti (50 deputati), così come il partito neonazista Aurora dorata (21 deputati). Eh già: comunisti e neonazisti abbracciati nel loro rifiuto dell´austerità e accomunati dall´appoggio alla crescita a qualunque costo, anche l´abbandono dell´euro. Dall´altro lato, il Tea Party degli Stati Uniti inalbera con altrettanto entusiasmo e radicalismo la bandiera dell´austerità, anche in questo caso a qualsiasi costo e senza considerare le conseguenze sociali. Chi se ne importa se bisogna licenziare pompieri, maestri e infermiere o lasciare gli anziani senza medicine. 
Chi avrebbe immaginato che nel XXI secolo il dibattito più importante in Occidente si sarebbe ridotto a prendere posizione su aliquote fiscali, tassi di interesse e regimi di cambio? Ma un dibattito così impostato, a suon di parole d´ordine, ha molto di fraudolento. Un aumento della spesa pubblica e una politica monetaria espansiva non garantiscono un incremento dell´occupazione, specialmente fra i giovani, che hanno visto praticamente svanire le loro opportunità lavorative. Le promesse di Hollande non rivitalizzeranno l´economia francese, che arranca non per colpa dell´austerità, ma per disincentivi di ogni genere alla creazione di imprese e nuovi posti di lavoro. 
E anche l´austerità allo stato grezzo non funziona. Ci vogliono riforme strutturali capaci di offrire una speranza credibile che il rigore sia solo una fase transitoria, che sfocerà in una fase di stabilità e di rinnovata prosperità. È più facile sopportare l´ospedale se c´è la prospettiva che dopo potremo andarcene in spiaggia. Twitter moisesnaim (Traduzione di Fabio Galimberti)

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