mercoledì 16 maggio 2012

Il Pd a braccia conserte - Antonio Funiciello su Europa

Non ha senso dire che il Pd non ha vinto le ultime elezioni. Le amministrative sono come le partite di basket: qualcuno che le vince c’è sempre. E i ballottaggi comproveranno che a vincerle è stato, come l’anno scorso, il Pd. Vincere i turni elettorali intermedi è importante, perché difficilmente si può trovare la rivincita alle successive politiche senza aver vinto la maggior parte dei turni intermedi. Questo è un fatto. Come pure è un fatto sbagliare a considerare la vittoria nei turni intermedi come condizione sufficiente per il successo nelle politiche.
I socialisti francesi hanno vinto ripetutamente le elezioni amministrative durante le presidenze Chirac e Sarkozy. Ma c’hanno messo vent’anni per rivincere le presidenziali. Tutto ciò è ancora più vero seguendo le oscillazioni di consenso dei due maggiori partiti. Nel 2010 le elezioni regionali, le più “politiche” tra le elezioni intermedie, furono vinte dal centrodestra. Ma il Pdl perse, rispetto alle precedenti regionali a cui partecipavano Forza Italia e An, 1 milione e 60mila voti; il Pd, nel confronto con Ds e Margherita, ne perse quasi 2 milioni (dati Cattaneo). La corsa in discesa è stata frenata dal Pd alle comunali del 2011 quando, rispetto all’anno precedente, i democratici segnarono un +53mila voti, mentre il Pdl ne perse per strada altri 118 mila (dati Cise).
Fin qui, tutto normale. I politologi insegnano che le curve di consenso sono rappresentate da una parabola discendente, per il partito al governo, e da una parabola ascendente per quello all’opposizione. Ci mette un po’, insomma, il partito all’opposizione per crescere al punto di superare il decrescente partito al governo. È un fatto fisiologico. La cosa curiosa delle amministrative del 2012 è che come il Pdl continua a decrescere (175 mila voti in meno), anche il Pd ripiglia a perdere consensi (meno 91 mila voti), rilanciando quella strana e incerta corsa in cui vince chi perde meno (dati Cattaneo).
Quella del Pd è la strategia delle braccia conserte: restare fermi il più possibile, immobili per quanto gli eventi lo consentano, ma tenendo le braccia costantemente conserte in grembo, tanto la vittoria arriverà. È una strategia che fa affidamento su una delle poche regole del sistema politico della Secondo
repubblica, quella dell’anti-incumbent.
In giro per il mondo, di solito, chi è detentore della carica (incumbent) gode di un vantaggio su chi deve sfidarlo. In Italia è vero il contrario: nel ’94 e nel ’96, nel 2001, nel 2006 e nel 2008, ha sempre perso chi stava al governo e ha sempre vinto (o quasi) chi stava all’opposizione. La strategia delle braccia conserte poggia sulle solide basi delle ventennali consuetudini elettorali degli italiani. Eppure presenta due rischi. Le politiche del 2013, anzitutto, non saranno ordinarie elezioni alla Seconda repubblica. Secondo quanto tutti, ma proprio tutti, vanno considerando, quelle del 2013 saranno elezioni di passaggio per le mille note ragioni che la sola presenza del governo Monti plasticamente incarna.
Stare fermi, possibilmente immobili, con le braccia conserte è una strategia che può presentare più di un pericolo, in un fase in cui il mercato elettorale si mostra assai disponibile a cambiamenti delle offerte politiche. Disponibilità già esaltata dalla sgangherata offerta del grillismo, figurarsi se messa alla prova da qualcosa di più politicamente coerente e nazionalmente rappresentante. Avessimo il sistema elettorale e istituzionale (che scissi sono impensabili) della Francia, il Pd potrebbe perseguire nel proprio hollandiano “immobilismo bracciaconsertista”. Ma siccome Babbo Natale non esiste, e il sistema francese nessuno ce lo regalerà mai, porsi qualche dubbio strategico appare prudente.
L’altro rischio che il Pd corre sta tutto nell’eventualità stessa di conseguire così una vittoria elettorale. È evidente difatti che un successo ottenuto non sulla spinta di una competitiva offerta politica, ma di un moto inerziale residuale, pone la questione della sua servibilità. Che se ne fa il Pd di una vittoria elettorale ottenuta dicendo che la Merkel è cattiva, Berlusconi era cattivo e il rigore non basta? Lasciarsi trascinare dalle correnti senza darsi una chiara rotta può anche aiutare ad arrivare primi. Ma in un gioco, come quello elettorale, in cui arrivare primi è solo la premessa per cominciare a giocare davvero, chiedersi cosa si potrà mai fare di un vittoria così conquistata è indispensabile.
A meno di non voler fare la fine di Pajetta che, avendo occupato la prefettura di Milano lasciandosi trasportare dalla piazza, si sentì chiedere al telefono da Togliatti: «E adesso che te ne fai?». 

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