martedì 29 maggio 2012

La centralità della persona - Piero Ostellino su Corriere della Sera

Quasi mai, in politica, due più due fa quattro. Più spesso, fa tre o cinque. Tradotta in termini storici, l’anomalia logico- matematica è ciò che, da Machiavelli a Croce, chiamiamo «autonomia della politica dalla morale »; ovvero, la prevalenza del principio di realtà sul moralismo, delle «dure repliche della storia» sul dover essere.
Nel corso della storia europea, essa si è concretata, nel Cinquecento, con la fine delle guerre di religione, nel concetto di «sovranità»; poi, filosoficamente, nel «secolo dei lumi» (il Settecento) nella superiorità dell’Illuminismo scozzese, empirico e scettico, su quello, razionalista ed etico, francese; infine, nell’Ottocento, politicamente nel liberalismo e, istituzionalmente nel costituzionalismo. L’«incorruttibile» Robespierre, vittima del suo stesso integralismo giacobino, è morto su quella ghigliottina che aveva edificato per tagliare la testa ai corrotti dell’Antico regime, mentre gli scettici David Hume, Adam Smith e i loro sodali di Edimburgo e dintorni sono morti nel loro letto dopo aver attraversato le lotte di religione e le rivoluzioni inglesi e averne influenzato felicemente gli esiti.
Che piaccia o no, da noi, l’evasione fiscale e il lavoro nero sono stati, a lungo, il modo col quale la politica ha fatto quadrare i conti del Paese, mostrando che due più due può anche fare tre o cinque, e imponendo il principio di realtà—attraverso la propria autonomia dalla morale — sul dover essere. La spesa pubblica — a sua volta produttrice di corruzione — ha fatto il resto, contribuendo alla stabilizzazione e, entro certi limiti, persino alla migliore funzionalità di un sistema altrimenti condannato alla paralisi dall’infelice sovrapposizione del modello totalitario, politico e istituzionale collettivista mutuato dalle democrazie popolari d’oltre cortina, alla precedente legislazione autoritaria ereditata dal fascismo.
È stato il capolavoro della Democrazia cristiana, di cattolici che, per dirla con Montanelli, quando andavano in Chiesa, parlavano più volentieri col parroco in sacrestia che al Padre Eterno davanti all’altare, e avevano (opportunamente) rovesciato il detto popolare «fa come il prete dice, non come il prete fa» nella versione «fa come il prete fa, non come il prete dice» sulla quale fondare il boom
economico e sulla quale — l’affermazione non appaia blasfema; riflette la realtà storica—si è retta, nel corso dei secoli, quella straordinaria istituzione terrena e politica, prima che trascendente e religiosa, che è stata (ed è tuttora) la Chiesa di Roma. Il mondo, per dirla con Machiavelli, non lo si governa con i pater noster. Non suoni neppure come una sorta di elogio dell’evasione fiscale e della corruzione l’affermazione che questo nostro Paese sia cresciuto e si sia sviluppato (anche) attraverso l’illegalità e l’eccessiva dilatazione della spesa pubblica.
Essa è confermata, del resto, dalla prova contraria, solo apparentemente paradossale. Siamo finiti nei guai, con la crisi del debito sovrano, non per l’evasione fiscale, la corruzione, bensì perché la spesa pubblica si è dilatata per sovvenzionare un modello di welfare «ormai morto» (copyright Mario Draghi), ubbidendo a un’istanza morale, la giustizia sociale.
La constatazione fa, altresì, tutta la differenza fra il modo, realistico, di affrontare «il mondo come è» dell’uomo politico e quello del tecnico che si muove secondo gli schemi e i dettati dottrinari e astratti del «mondo come dovrebbe essere». L’uomo politico si preoccupa delle conseguenze delle proprie azioni a breve termine, ubbidendo ad una logica utilitaristica e alla propria esperienza, mentre il tecnico bada (soprattutto) a tener fede, se non all’etica, agli schematismi della teoria economica e agli imperativi moralistici alla cui realizzazione crede di essere stato preposto dalla collettività, se non proprio come «inviato da Dio» (salvo, poi, pensare crolli pure il mondo).
Ora, che la spesa pubblica vada contenuta e ridotta, l’evasione fiscale e la corruzione debbano essere combattute è fin troppo ovvio per doverlo ripetere, così come sarebbe ingiusto attribuire la diffusione della corruzione ai governi «politici» passati; altrettanto ovvio è che, se un merito ha il governo «tecnico», è il rigore nei conti pubblici che cerca di imporre, ancorché col ricorso (sbagliato) ad una fiscalità più elevata d’Europa, invece che con la riduzione della spesa.
Ma, allora, sarebbe, assai più saggio chiedersi se il difetto non stia nel manico, cioè nell’Ordinamento giuridico e nel sistema politico usciti dalla pur meritoria Costituente del 1947, quando il mondo non era propriamente quello di adesso. Dove la politica, le sue eccessive risorse finanziarie e le sue ottuse logiche burocratiche si innestano nella produzione di ricchezza da parte della società civile, e ne condizionano l’autonomia, è inevitabile che, con la corruzione, la criminalità — che va dove sono più numerose e più facili le occasioni di mettere le mani sui soldi e le possibilità di eludere la legge— cresca e si diffonda.
Dove, invece, sono il contratto e il mercato a presiedere ai rapporti civili, con le loro logiche «egoistiche»— le stesse che muovevano il macellaio, il birraio e il fornaio di Adam Smith —le probabilità di crescita della criminalità e di diffusione della corruzione sono minori semplicemente perché, ai fini del perseguimento del profitto, criminalità e corruzione non sono «convenienti», ma «costose». La crescita non la si produce per decreto, ma allargando i confini entro i quali si concretano l’autonomia e le capacità creative della società civile. Lo statalismo, qui, non è la soluzione, ma il problema. Si metta, dunque, mano alla riforma dello Stato— dal quale anche il liberalismo non può prescindere, anzi— partendo dalla revisione del suo Ordinamento giuridico, ripristinando lo Stato di diritto, oggi latente, non per aggiungere ai troppi divieti e regolamenti che riducono il cittadino a suddito altri divieti e altri regolamenti, bensì nel segno dell’individualismo metodologico, cioè del primato della centralità e dell’autonomia della Persona.
Sono anni che chiunque vada al governo promette riforme, che, poi, non fa, e/o che si risolvono in un’accresciuta invasività della sfera pubblica su quella privata. Con il forte astensionismo e il successo di Grillo alle ultime elezioni amministrative, inquietante avvisaglia di ciò che potrebbe accadere a quelle politiche del 2013, gli italiani hanno mostrato di non credere più alle promesse, ma di volere fatti, fatti, fatti all’insegna di un’espansione delle loro libertà.

Nessun commento: