giovedì 3 maggio 2012

La giornata mondiale per la libertà della stampa per fermare le persecuzioni e i controlli sul web - Monica Ricci Sargentini su Corriere della Sera

Si bloccano i motori di ricerca, si torturano gli attivisti per avere le loro password su Facebook e Twitter, si approvano leggi che controllano quello che le persone possono (o non possono) dire on line. Così alcune nazioni dalla Cina alla Siria, da Cuba all’Azerbaijan cercano di impedire a giornalisti, blogger e attivisti di denunciare le violazioni dei diritti umani di cui sono testimoni. Secondo Reporter senza frontiere il 2011 è stato un anno letale per gli attivisti online, in moltissimi sono morti dal Bahrein al Messico, dall’India alla Siria.
Ma i reporter si inventano ogni giorno nuovi modi per bypassare i controlli e far sentire le loro voci. “L’arrivo dell’era digitale ha consentito agli attivisti di aiutarsi l’un con l’altro nella battaglia per il rispetto dei diritti umani – ha spiegato Widney Brown di Amnesty International -. Gli Stati attaccano i giornalisti online perché realizzano che internet può diventare una vera sfida. Dobbiamo resistere a tutti i tentativi di mettere a repentaglio la possibilità di dire la propria opinione”.
Oggi nel mondo si celebra la giornata per la libertà della stampa. Da un capo all’altro del globo si terranno manifestazioni a sostegno di un diritto che è alla base della democrazia moderna. Ed è giusto ricordare la situazione di alcuni Paesi.
Cuba
Per il giornalista e blogger Luis Felipe Rojas è diventato un incubo postare qualsiasi cosa sul suo blog Crossing the Wire Fences. Ogni volta che vuole accedere a Internet deve fare 200 chilometri per arrivare all’Internet point più vicino. Se è fortunato e nessuno lo ferma riuscirà a collegarsi dopo tre ore a un costo proibitivo: sei dollari per sessanta minuti, un terzo del salario mensile di una famiglia. Ma non basta. Spesso alcuni siti non sono accessibili e i messaggi che aveva ricevuto sono spariti. L’accesso ad Internet è così censurato a Cuba che i giornalisti si inventano di tutto per aggirare i divieti. A volte gli articoli vengono convertiti in immagini digitali e mandati per sms a qualcuno fuori dall’isola caraibica che poi li posta sul suo blog. Lo stesso sistema viene usato per mandare messaggi su Twitter. Da marzo 2o11 a marzo 2012 sono stati 75 i giornalisti arrestati. Lo scorso 25 marzo Luis Felipe è stato
trattenuto in una stazione di polizia per cinque giorni in modo da impedirgli di andare alla messa celebrata dal Papa Ratzinger.
Messico
Il Messico è uno dei Paesi più pericolosi dell’America Latina per chi lavora nei media. Lo scorso 28 aprile il corpo di Regina Martinez è stato trovato nella sua casa di Veracruz. Regina era una giornalista politica e per trent’anni aveva lavorato su temi scottanti come il traffico di droga, la corruzione e la sicurezza.
Africa
L’Africa è uno dei posti più pericolosi per i giornalisti. In alcuni Paesi come l’Etiopia e il Gambia i giornali, i siti web e le stazioni radio vengono spiate dagli agenti della sicurezza. In Rwanda ed Etiopia i giornalisti vengono condannati anche solo per aver criticato le politiche del governo. In Gambia e in Somalia la situazione per la stampa è così pericolosa che i giornalisti fuggono per paura di morire. Dal 2007 ad oggi sono stati almeno 27 i reporter uccisi in Somalia.
Cina e Sri Lanka
I giornalisti lavorano in un clima di paura sapendo che le loro email e i cellulari sono intercettati. I 513 utenti di Internet in Cina hanno solo un accesso limitato al web. I blogger che scrivono di temi politici sono sotto costante sorveglianza e spesso vengono molestati dalle forze di sicurezza. Nonostante ciò gli attivisti cinesi si inventano ogni giorno nuovi modi per sfuggire alla censura come quando hanno postato su Fb foto che li ritraevano con gli occhiali da sole in solidarietà con l’attivista cieco Cheng Guangchengche recentemente ha trovato rifugio nell’ambasciata americana.
Europa
Anche in Europa ci sono Paesi che limitano la libertà di espressione. Uno di questi è la Bielorussia dove molti giornalisti e attivisti dei diritti umani sono dietro le sbarre. Seguono l’Uzbekistan e il Turkmenistan dove le voci di dissenso sono messe a tacere.

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