mercoledì 30 maggio 2012

L'anarchia e l'incuria - Roberto Della Seta su Europa

Nel linguaggio dei media terremoto è una parola inflazionata. Restando all’ultima settimana, tutti i giornali hanno usato il termine come metafora di due eventishock: i risultati delle ultime elezioni amministrative e in particolare l’exploit delle liste grilline (“terremoto sulla politica italiana”), l’inchiesta sull’ultimo calcio-scommesse con gli arresti eccellenti di giocatori importanti (“terremoto sul calcio”). Nel frattempo c’è stato un terremoto vero, in Emilia, che in pochi giorni ha fatto almeno venti morti e ha visto accartocciarsi case, chiese, stabilimenti industriali. Un terremoto vero che forse meriterebbe riflessioni e attenzioni altrettanto larghe di quelle dedicate ai terremoti metaforici. 
 Del terremoto emiliano colpisce, soprattutto, che a crollare e ad uccidere siano stati soprattutto capannoni industriali costruiti di recente, dimostratisi molto più fragili e insicuri di case e palazzi tanto più antichi. Questo è il segno preoccupante ed evidente, per chi voglia vedere, di un enorme problema italiano: l’incuria con cui negli ultimi decenni si è lasciato che si costruisse senza quella saggezza e quel buonsenso che un paese come il nostro, maestro d’ingegneria e a forte rischio sia sismico sia idrogeologico, avrebbe dovuto e dovrebbe imporsi. 
Tale incuria si è manifestata in varie forme: come abusivismo edilizio, prevalentemente nel Sud (almeno un terzo di tutte le case costruite nelle regioni meridionali nel Sud negli ultimi vent’anni è illegale); come deregulation edilizia ed urbanistica un po’ dovunque: basti pensare al territorio delle regioni padane letteralmente divorato in pochi decenni da un continuum di capannoni e baracche industriali. Questo modello anarchico di sviluppo territoriale non ha soltanto devastato l’estetica del paesaggio italiano. Prima ancora ha determinato una condizione diffusa di insicurezza abitativa e insediativa, socialmente inaccettabile ed
economicamente costosissima.
Come dicono i dati, negli ultimi trenta o quarant’anni l’Italia ha speso per riparare ai danni di terremoti, alluvioni, frane molto di più di quanto sarebbe servito per mettere in sicurezza le case, le scuole, le fabbriche degli italiani. Eppure l’andazzo non è mai cambiato: anche nell’attuale legislatura, mentre si contavano le decine di morti del terremoto dell’Aquila, governo e maggioranza continuavano a proporre “piani casa” o nuovi condoni edilizi ispirati al principio che “l’importante è costruire”, e che farlo bene è un optional. Nel frattempo, chi ha provato a proporre norme rigorose che per esempio avviassero un programma nazionale di verifiche antisismiche su case, edifici pubblici, infrastrutture, stabilimenti industriali, si è sempre sentito rispondere dal Tremonti di turno che lo Stato non ha soldi abbastanza. 
Oggi, come ripetono in tanti e com’è giusto che sia, bisogna concentrarsi nel dare soccorso e sostegno ai cittadini del modenese e del ferrarese alle prese con morti, macerie, black-out di qualunque attività produttiva. Ma per favore, facciamo in modo che da domani non si ricominci come se nulla fosse, litigando solo sui terremoti metaforici e ignorando quelli in carne e ossa.

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