martedì 29 maggio 2012

Le porte spalancate del Quirinale - Mariantonietta Colimberti su Europa

Parla del ’44 – «la preistoria della mia vita» – e appare il più moderno di tutti. Cita Giaime Pintor e la «corsa alla politica » di quella stagione e la platea di giovani di ogni estrazione lo ascolta muta. Risponde alle singole domande che alcuni di loro gli hanno posto, nominandoli uno per uno, e il suo ragionamento non è mai prevedibile. Al contrario, è problematico, non convenzionale, vero.
Ha scelto l’occasione della presentazione dell’Osservatorio lavoro dell’Arel (il centro studi fondato da Nino Andreatta alla fine degli anni settanta) e del volume curato da Carlo Dell’Aringa e Tiziano Treu Giovani senza futuro?, Giorgio Napolitano, per incontrare circa centocinquanta tra studenti, ricercatori, imprenditori, sindacalisti, immigrati, agricoltori, insegnanti, di età compresa tra i 16 e i 35 anni, e sentire sviluppare nei loro interventi le difficoltà ma anche le domande irrisolte di più di una generazione. Con lui, oltre agli autori del libro, quattro esperti di altissimo livello: il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, l’economista dell’Ocse Glenda Quintini e il professore di politiche del lavoro all’università di Milano Maurizio Ferrera. Moderatore Enrico Letta, segretario generale dell’Arel.
Si è parlato, com’era naturale, innanzitutto di lavoro e della sua mancanza, della difficoltà di fare impresa, dell’impossibilità di conciliazione fra professione e maternità, di iato a volte incolmabile tra la formazione scolastica e l’impatto con la vita concreta, di distacco dalle istituzioni e dalla politica.
Nella settimana precedente all’evento sul sito dell’Arel e sui socialnetwork si era sviluppato un dibattito su tutti questi temi, i cui risultati sono stati portati al capo dello stato e sintetizzati nelle domande dei giovani invitati a parlare ieri mattina. «Un diluvio di osservazioni e di stimoli» commenta Napolitano, che ammette di essere «assai scarsamente addomesticato con il web», pur ritenendolo «un importante
canale di partecipazione». Ma proprio a partire da queste considerazioni il presidente lancia il suo monito: «Attenzione, qualsiasi canale di partecipazione, come la rete, non può condurre direttamente al luogo delle decisioni politiche.
I partiti sono le cinghie di trasmissione delle istanze dei cittadini verso le istituzioni». Non è certo la prima volta che il capo dello stato insiste sul ruolo dei partiti e della politica, ma ieri le sue parole sono risuonate particolarmente forti quando, proprio ricordando «la corsa alla politica» degli anni della lotta contro il fascismo, della liberazione e della ricostruzione, ha messo in guardia dalla «fuga dalla politica»: «Sarebbe la catastrofe della nostra democrazia e della nostra società». Ricorda di essere stato 38 anni in parlamento, di cui 34 all’opposizione, per spiegare come pur non rivestendo ruoli di governo sia possibile dare un carattere propositivo alla propria azione e al proprio impegno.
Poi, l’affermazione dell’importanza del rigore economico, un dovere verso coloro che verranno. Ma «non si può usare il machete» in settori come la formazione. E l’integrazione europea, il lascito più importante della sua generazione. Infine, l’invito rinnovato ai giovani perché «spalanchino porte e finestre », pronti anche a dare qualche «spintone» se le resistenze fossero troppe. «Ora tocca a voi, non a me!».
Dopo aver portato il paese fuori dalle secche del governo Berlusconi, Napolitano torna a porsi come guida morale e anche politica soprattutto dei giovani, nella convinzione profonda che niente, oggi, sia più pericoloso della disaffezione e del disimpegno dalla cosa pubblica.

Nessun commento: