mercoledì 16 maggio 2012

Mutui, titoli: che succede se si lascia l'euro - G. Marvelli e G. Pagliuca su Corriere della Sera

La finanza fatta con i «se» è inattendibile. Quasi come la fantascienza. Eppure le ipotesi, a volte, sono l'unica chiave a disposizione per cercare di capire meglio la realtà. Che cosa succederebbe ai cittadini, greci ed europei, se davvero Atene decidesse di abbandonare l'euro? La verità è che nessuno lo sa. Perché l'Unione monetaria ha solo porte per entrare e nessuna finestra giuridica per uscire. E quindi la crisi aperta da un singolo abbandono non trova paragoni storici a cui fare riferimento. Alcuni meccanismi che potrebbero mettersi in moto - la svalutazione, la sorte dei tassi di interesse e dei titoli di Stato - sono però assimilabili ad altre situazioni di grande tensione che i mercati, in maniera molto meno interconnessa, hanno vissuto anche in passato.
IL RICORDO - Per gli italiani, per esempio, l'idea della svalutazione (a cui la dracma andrebbe incontro immediatamente dopo il divorzio) chiama subito il ricordo del 1992, quando il nostro Paese venne costretto ad abbandonare lo Sme, il sistema monetario europeo, dopo un furioso attacco speculativo. Il dopo è storia, non finanza fatta con i «se». Tra maggio e ottobre la lira perse il 25% rispetto al marco tedesco. Nel periodo successivo i Bot andarono al 17%, l'inflazione schizzò e i titolari di un mutuo in Ecu - il paniere che rappresentava le divise europee - o in altre monete straniere maledissero la scelta extra valutaria. Perché la lira perse terreno rispetto a tutte le monete forti.
Più o meno quello che potrebbe succedere ai greci. I meccanismi sono gli stessi, ma il contesto è davvero molto diverso. Lo Sme era solo un sistema di cambi, i destini dell'Unione monetaria non erano ancora legati come lo sono ora. Che cosa succederebbe? Nella speranza che il «se» rimanga tale e che non si debba passare all'indicativo, qui abbiamo cercato di spiegare solo i primi passi di un'eventuale crisi da distacco dal punto di vista di un piccolo risparmiatore.
IL CAMBIO - Addio conversione fissa a quota 340,75 Dracma in caduta libera fino al 70%
La dracma ha cessato di esistere per gli scambi finanziari il primo gennaio 2001, quando titoli e depositi di Atene vennero convertiti in euro al cambio fisso di 340,75. La moneta greca, che ha un bel nome
antico, eredità dei fasti ellenistici delle città-stato, ha continuato però a rimanere fisicamente nelle tasche dei cittadini, tra spiccioli e banconote, fino ai primi mesi del 2002. Esattamente come è accaduto a lira, marco, franco francese, peso spagnolo e a tutte le valute degli undici Stati che già utilizzavano la moneta unica per il calcolo del valore delle attività finanziarie dal primo gennaio 1999. Che cosa succederebbe oggi se Atene decidesse unilateralmente di resuscitarla? L’idea più accreditata è che si riparta da quella parità calcolata nel 2001: 340,75 dracme per un euro. Un valore che, all’apertura dei mercati, resisterebbe forse per qualche centesimo di secondo. La svalutazione sarebbe immediata e violenta.
Tra gli analisti c’è chi dice che la dracma potrebbe perdere tra il 40 e il 50%, qualcuno si spinge fino a dire il 70%. In pratica per comprare un euro ci vorrebbero 5-600 dracme, non ne basterebbero più 340,75, come nella «fotografia» all’ingresso dell’Unione. Una dracma debole sarebbe un vantaggio per chi esporta, ma la Grecia non è un grande produttore industriale. In questo momento le dimensioni delle sue importazioni sono il doppio dell’export. La moneta debole sarà invece un grosso svantaggio per l’acquisto di petrolio e altre materie prime. Un handicap per le aziende e per i singoli che vedranno schizzare alle stelle la benzina, il gas e il costo della vita.
I MUTUI - Per un prestito da 100 mila euro la rata vola a mezzo stipendio medio
E ai mutui che cosa succederebbe? A meno che il contratto non preveda clausole di salvaguardia valutaria (ed è un caso quasi impossibile nella realtà) avere acceso un prestito ad Atene non sarà una passeggiata, a partire dalla prima rata dopo l’addio alla moneta unica. Ipotizziamo che un debitore greco abbia un mutuo residuo per 100 mila euro. Che cosa potrebbe succedere in caso di svalutazione della dracma del 25% rispetto a quel 340,75 con cui Atene entrò nell’euro? Ipotizziamo che il mutuo sia di 20 anni, che paghi un tasso del 5% e che il debitore oggi abbia uno stipendio di 2000 euro. Oggi la rata sarebbe di 660 euro al mese, pari a circa un terzo dello stipendio.
Domani con il ritorno della vecchia valuta greca, lo stipendio del nostro debitore diventerebbe di 681.500 dracme (applicando la parità del 2001) indipendentemente da quello che succede sul mercato finanziario. Il mutuo però, rata per rata, verrebbe ricalcolato sul tasso di cambio del momento e si «mangerebbe» fino al 41% dello stipendio, anche se il prestito fosse a tasso fisso.
E se la svalutazione fosse più alta? Se hanno ragione gli analisti che vedono la dracma in caduta libera del 50% e più, la stessa rata potrebbe arrivare a coprire anche la metà dello stipendio, cioè mille euro al mese. Con l’altra metà il debitore dovrebbe comprarsi il necessario per vivere, che presumibilmente, costerà molto di più. In questo scenario è abbastanza facile immaginare che il numero dei debitori che riescono a far fronte ai loro impegni scenda ogni giorno di più.
GLI OBBLIGAZIONISTI - Cosa spetterà ai creditori esteri? I loro bond perderanno valore
I titoli di Stato della Grecia, convertiti in euro per Capodanno del 2001, dopo l’adesione formale di Atene al trattato, si troverebbero di nuovo tramutati in dracme. Fanno eccezione (e quindi rimarrebbero in euro) solo i bond emessi sotto altre legislazioni, per esempio in Lussemburgo. Che cosa succederà allora a chi possiede quei titoli? Il ritorno alla dracma non è forse il principale problema. Nei mesi passati, la rinegoziazione del debito greco è stata una lunga e dolorosa trattativa, conclusa con un accordo complesso, dove, in estrema sintesi, i creditori hanno accettato un hair cut, un «taglio di capelli» come si dice tecnicamente e metaforicamente sui mercati, superiore al 70%. I maggiori debitori della Grecia sono istituzioni finanziarie europee e non, cui fanno capo circa 245 miliardi.
Ma le obbligazioni greche sono anche in qualche portafoglio privato, visto che nel processo di rinegoziazione sono stati coinvolti anche molti piccoli risparmiatori. In caso di addio, dunque, potrebbe aprirsi la strada di una ulteriore trattativa, che interromperebbe le attese di rimborso nel tempo di quel 25-30% di valore rimasto in mano ai creditori esteri. Oltre agli effetti collaterali sul sistema bancario, che si troverebbe a fare i conti con nuove possibili minusvalenze da conteggiare, per gli investitori privati grandi e piccoli si riproporrebbe uno scenario simile a quello seguito al default dell’Argentina. Una lunga trattativa con il governo, difficile da portare avanti e con pochissime certezze sul risultato finale.
I TASSI - Si stampa moneta per finanziarsi L’inflazione finisce fuori controllo
I tassi di interesse della Grecia senza l’euro potrebbero essere diversi da quelli già elevatissimi che il mercato fa pagare ad Atene da quando è cominciata la crisi. Nei momenti peggiori il rendimento dei decennali è arrivato al 31%, oggi viaggia intorno al 29%. E lo spread, la differenza tra il Bund tedesco e il titolo di Atene, è pari all’astronomica grandezza di 2.600 punti. Una distanza pari a sei volte quella che in questi giorni separa il Btp italiano dal titolo decennale di Francoforte (440). I titoli brevissimi— quelli a tre e sei mesi—oggi pagano «solo» il 4,7%, ma questa grandezza non potrebbe certo essere rappresentativa del costo del denaro greco dopo un eventuale abbandono della moneta unica. Dove potrebbero arrivare i tassi? È facile immaginare un’inflazione e un costo del denaro a due cifre (15-20%), dicono molti economisti.
Una situazione che renderebbe molto difficile la vita di tutti gli indebitati, sia sul fronte delle aziende pubbliche che su quello dei privati cittadini. «Per il governo diventerebbe molto difficile finanziarsi emettendo altri titoli che nessuno sul mercato sarebbe disponibile a comprare—spiega Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo —. Resterebbe la via impervia delle tasse e quella, più facile, del battere moneta». L’addio della Grecia avrebbe poi ripercussioni sui rendimenti degli altri Paesi dell’euro. Il Bund potrebbe retrocedere ancora, mentre il resto d’Europa pagherebbe dazio con spread più elevati. A seconda delle fragilità.

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