giovedì 3 maggio 2012

Pio La Torre, il comunista che piaceva a noi cattolici - Giuseppe Lumia su Europa

Pio La Torre era un uomo, un sindacalista, un politico autentico, di quelli che ti lasciano il segno: interpretava realmente il bisogno di giustizia, legalità e sviluppo della Sicilia e dei siciliani. Aveva la grande capacità di mettere insieme le forze migliori della società e di organizzarle per il raggiungimento del bene comune, a partire dai problemi concreti. Ricordo ancora quando nel 1981 ci venne a parlare del valore supremo della pace e della scelta scellerata del governo di consentire agli americani l’installazione dei missili a Comiso (Rg). Io allora facevo parte della Fuci di Palermo (Federazione universitaria cattolici italiani) e a quel tempo non era scontato che un politico comunista e un’organizzazione cattolica si parlassero. 
C’era una diffidenza reciproca tra le gerarchie, non certo tra noi ragazzi e lui. Pio La Torre lanciò una campagna contro l’installazione dei missili e per sensibilizzare tutti al dovere imprescindibile di garantire la pace. Fu così che insieme a tanti altri giovani, cittadini, associazioni, che Pio aveva messo insieme, organizzammo diverse manifestazioni, raccogliemmo le firme davanti alle parrocchie, facemmo marce, dibattiti, convegni. Da sindacalista, negli anni Cinquanta e Sessanta, si battè per la redistribuzione delle terre a chi le coltivava, a quei contadini ridotti in condizioni di schiavitù dai latifondisti siciliani. E poi la battaglia per l’acqua. 
Nei primi decenni del dopoguerra, infatti, soltanto le grandi città e solo i quartieri più ricchi erano dotati del servizio idrico. Gli abitanti della periferia erano ancora costretti ad andare a prendere l’acqua alle fontane, per non parlare delle campagne dove gli agricoltori facevano fatiche immani per irrigare i campi. Il suo impegno sindacale e politico fu attraversato da una costante azione di contrasto alla criminalità organizzata. Già durante le lotte contadine Pio La Torre capì che per promuovere lo sviluppo della Sicilia bisognava combattere l’oppressione e il controllo che la mafia esercitava nell’economia, nella società e soprattutto nella politica. 
Quella mafia che non si fermava davanti a niente e a nessuno e che a Corleone uccise il giovane sindacalista della Cgil, Placido Rizzotto. Fu proprio Pio La Torre a prendere il posto di Rizzotto alla
guida della Camera del lavoro locale e fu proprio in quell’occasione che La Torre conobbe l’allora capitano Carlo Alberto Dalla Chiesa, capace con i pochi strumenti legislativi e investigativi di mandare alle sbarre il boss Luciano Liggio.
La conoscenza con Dalla Chiesa, la sua esperienza e capacità di analisi gli consentirono di maturare una visione moderna della lotta alla mafia. La Torre, infatti, capì che per sconfiggere Cosa nostra l’azione repressiva non era sufficiente, bisognava investire sul rapporto tra legalità e sviluppo. È grazie a un suo disegno di legge che nel 1982 furono introdotti per la prima volta nel nostro ordinamento il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni. 
Prima di allora, far parte di Cosa nostra non era reato, tanto che tutti i processi di mafia antecedenti a quella data si concludevano con l’assoluzione sistematica dei boss. Purtroppo Pio La Torre non vide mai quel disegno di legge trasformarsi in legge, perché fu trucidato dalla mafia il 30 aprile del 1982, insieme al suo amico autista Rosario Di Salvo. A trent’anni dal suo assassinio la figura di Pio La Torre, la sua testimonianza civile, culturale e politica rappresenta una preziosa eredità da ricordare e di cui ognuno di noi dovrebbe fare memoria viva. 

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