mercoledì 16 maggio 2012

Scusa Grillo, e i diritti? - Federico Orlando su Europa

Se un magistrato come Ingroia si fa travolgere dalla passione politica fino a diventare o apparire uomo di partito; e se un magistrato come il capo della direzione investigativa antimafia invita il collega a lasciare la toga e a sua volta fa lodi inattese all’antimafiosità del governo Berlusconi; c’è anche qualche magistrato meno noto ma più legato ai codici, il procuratore di Nocera Inferiore, che si ricorda del reato di offesa all’onore e al prestigio del capo dello stato e apre un fascicolo sulle scelleratezze verbali di alcuni grillisti. Costoro sarebbero i “barbari che urlano”, inquadrati domenica scorsa da Eugenio Scalfari assieme ai “barbari che sparano”, contro i quali la ministra Cancellieri annuncia l’intervento dell’esercito. Preferirei tener separate le due tribù, grillisti e terroristi, perché fatta eccezione per il capocomico, che già si scopre debole intimando ai “suoi” di non mostrarsi in tv, chi lo ascolta e lo vota è gente normale. Come normali erano i pacifisti. 
Qualcuno ricorda l’Arcobaleno e i papa-boys della guerra in Iraq? E i girotondini di piazza Navona e San Giovanni del 2002 con le istituzioni assediate? E i referendari con il loro 82 per cento del 1991-93 contro la partitocrazia proporzionalista e sgovernante? E i secessionisti padani che si facevano battezzare nel Po da un Battista ridottosi a Bossi? E i sessantottini delle università con “l’immaginazione al potere” (una mancata laurea per troppi e il ritorno di rettori con familiari al seguito?). E le femministe, se a ridestarne il ricordo non fossero ogni anno le medievali manifestazioni antiabortiste di fascisti e clericali, nostalgici di aborti clandestini, come i fondamentalisti americani lo sono della Lettera scarlatta (A come adultera) marchiata sulla camicia della reietta? 
 Oggi il grillismo coglie il suo attimo in questa lunga serie di contestazioni positive negative o sterili, attimo di cui si sentono gli scricchiolii in questa vigilia di ballottaggi nei comuni: dove le liste grilline
rimaste fuori dal secondo turno hanno dovuto risolvere entro domenica sera il problema dell’apparentamento con l’uno o l’altro protagonista del ballottaggio , secondo la maggiore o minore possibilità di questo o quello di trascinare un grillista in comune col premio di maggioranza. Siamo già al “come” entrare in comune, quasi senza programma, secondo l’eterno modulo opportunista, nobilitato con la motivazione che occorre entrare nelle istituzioni per modificarle.
Qualcuno ricorda la “lunga marcia attraverso le istituzioni”, che i movimentisti senza P38 contrapponevano al “Vietcong vince perché spara” dei terroristi? Noi lo ricordiamo bene, ed è per questo che non facciamo d’ogni tribù barbara un fascio. Ci sono i terroristi e ci sono gli urlatori, l’unica cosa che li accomuna è la loro inutilità fino a quando non avranno capito che la democrazia si può (e si deve) migliorare ma non si può abbattere. Perché gli altri che non urlano e non sparano non lo consentono. Perciò, ai terroristi si risponde con l’esercito, ai grillini col ragionamento. E non c’è da sforzarsi, basta ricordare quel che scriveva De Rita sui “grandi raduni di corto respiro” per la seconda guerra dell’Iraq. 
«Non si può continuare a dire pace-pace e non esprimere un’idea pur rudimentale di come ottenerla e poi gestirla; non si può richiamare il primato della persona e non aver alcuna idea di come gestire quella grande dose di individualismo e soggettivismo etico da cui quel primato discende ». Insomma, mai volare più in alto del proprio angelo custode. Forse è anche per questo, e non solo per il grumo delle difficoltà che ci stringono, che la lettera di giovani a Monti e Fornero, pubblicata in febbraio dal Corriere della Sera, non ha avuto seguiti eclatanti. Forse perché sbagliato era il punto culturale di partenza, che i padri abbiano costruito il loro welfare socialdemocratico per vivere “nella bambagia delle tutele”, grazie a un “dispetto generazionale”. 
L’ignoranza non è una buona base di partenza. Il welfare socialdemocratico, peraltro in via di smantellamento dappertutto, è solo il punto di arrivo degli anni ribollenti di fino Ottocento e primo Novecento, a cui l’infaticabile Lucio Villari ha dedicato il suo ultimo saggio Notturno italiano: opera sull’intreccio e scontro di realtà conservatrici e aspirazioni nuove, che si chiamarono per un verso marinettismo, dannunzianesimo, nazionalismo, per altro nascita del partito socialista, rinascita del liberalismo giolittiano, Rerum Novarum, cultura rivoluzionaria di classe contro cultura moderata del riformismo. 
Tutte finite nell’altoforno della guerra e di quel che venne subito dopo in Europa: bolscevismo, fascismo, nazismo, franchismo. Aggiungere il grillismo allo scontro fra culture significherebbe meritare le pernacchie, e non di Grillo: in quello scontro c’era, centrale nella storia, la lotta di classe, frontale e sostanziale, che il malessere di oggi non è in grado neanche di evocare. Da quel malessere nacquero le assicurazioni sociali di Bismarck e di Giolitti, la carta del lavoro e le mutue del fascismo, il welfare socialdemocratico “dalla culla alla bara”, il sistema di sicurezza sociale promesso ai combattenti da Beveridge. E non solo in Inghilterra. 
La lotta per il lavoro e il futuro della Generazione Zero, oggi al primo posto, è problema di aggiustamento doveroso e necessario del sistema di sicurezza sociale, che le esclusioni trasformano in insicurezza sociale per molti e alla fine per tutti. Aggiungerei una cosa, non propriamente marginale: la nuova equità sociale non si consegue senza un nuovo sviluppo dell’economia e dei diritti civili, due cose che nell’Italia del passaggio dall’Otto al Novecento si misero in moto insieme, grazie anche allo sviluppo della scienza e dell’industria. A proposito: che idee ha Grillo, e non solo lui, sui diritti civili che i sanfedisti vorrebbero ritoglierci? Capisco l’imbarazzo, ma non può durare.

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