mercoledì 16 maggio 2012

Se il Pd diventa la lepre - Marco Follini su Europa

Il duca di Wellington, dopo aver sconfitto Napoleone a Waterloo – Napoleone, non Alfano e Casini – si lasciò prendere dalla malinconia e scrisse a lady Shelley che «dopo una battaglia perduta la più grande angoscia è una battaglia vinta ». Ora noi non corriamo il rischio di tanta malinconia, per nostra fortuna. Ma dovremmo essere capaci di girare alla larga anche dal rischio opposto. Quello di pensare cioè, con un eccesso di euforia, di avere già vinto la nostra prossima battaglia elettorale. 
Lo dico perché temo invece che noi siamo pericolosamente vicini a quell’errore. Una parte di noi contempla le rovine del centrodestra con un sentimento compiaciuto e definitivo, come se la crisi del modello berlusconiano avesse messo fuori gioco quella parte per un paio di generazioni. Un’altra parte immagina la rinascita del socialismo europeo sulle macerie della crisi dell’economia e del modello liberista. Un’altra parte ancora invoca la danza delle primarie come una diabolica perseveranza nella propria stessa difficoltà. Sono tre errori – sia pure di segno ben diverso. E mi sembrano tutti e tre in pieno svolgimento. Bersani dice che la destra è in cerca d’autore. 
Ha ragione. Ma ormai è tutto il paese che cerca, politicamente, un autore. Che cerca cioè un’interpretazione di se, della sua difficoltà, del suo destino. E più i numeri premiano il Pd, e più lo caricano di aspettative e di responsabilità, più occorre mostrarsi capaci di allargare l’orizzonte. In un sistema che funziona si può anche essere parte. In un sistema in crisi si deve essere qualcosa di più e di diverso. Ci si deve proporre come fattore di coesione, di cucitura, come tentativo di sintesi di un paese solcato da troppe fratture per reggere il peso della nostra parzialità – dopo aver pagato un prezzo così alto alla parzialità altrui. Molti scommettono che il Pd – soprattutto dopo Hollande – sia destinato a farsi
partito socialista a tutti gli effetti.
Curiosamente, questa scommessa appartiene più al desiderio degli avversari che non alle nostre intenzioni. E tuttavia l’argomento esiste, e non sarebbe di nessuna utilità sotterrarlo sotto una coltre di retorica o addirittura di ipocrisia. Discutiamone, dunque. Sapendo però che non è in gioco solo la nostra identità. È in gioco un’idea del paese. Un Pd che si chiudesse nel ridotto della sinistra, magari immortalato nell’icona di Vasto, si troverebbe paradossalmente a ridare fiato a quei progetti di ristrutturazione del centrodestra di cui si favoleggia in ogni capannello del Transatlantico. E lo scontro tra queste due opposte polarità, disegnate appunto così, avrebbe l’effetto di cancellare in quattro e quattr’otto quello che resta del montismo e di riportarci sulle montagne russe di quel bipolarismo muscolare da cui ci eravamo illusi di essere appena discesi. 
Il nostro paese ha un disperato bisogno di celebrare un grande rito di pacificazione. Ne ha tanto più bisogno ora che sente risuonare i rintocchi sinistri di gesti e di proclami che speravamo di esserci lasciati alle spalle una volta per tutte. Noi dovremmo essere appunto in prima fila a predisporre le condizioni perché quel rito si compia. Non dovremmo essere i “progressisti” che cercano qualche “moderato” di buona volontà con cui negoziare. 
Dovremmo essere semmai noi stessi, in prima persona, la sintesi di tutte quelle culture progressiste e moderate di cui si è nutrita la parte più vivace e innovativa della nostra storia repubblicana. Il favore del pronostico fa del Pd la lepre, non più il cacciatore. Chiedersi dove corriamo non mi pare una domanda oziosa. 

Nessun commento: