giovedì 31 maggio 2012

Tre legislature, il Pd alla prova - Franco A. Grassini su Europa

L’opportuno rinvio della direzione del Partito democratico consente, dopo il lucido intervento di Marco Follini, un’ulteriore riflessione su un tema di importanza maggiore di quanto appaia a prima vista: quello del rispetto dello statuto sulle tre legislature dei parlamentari. Se, infatti, lo stesso venisse fatto rispettare senza le molte eccezioni sin qui praticate, non è troppo azzardato presumere che il Partito democratico apparirebbe finalmente agli occhi degli elettori come un partito nuovo e non come l’erede di tradizioni certamente nobili, ma che ci hanno portato alla stasi attuale. 
E di questo Follini è perfettamente conscio. La sua obiezione è che si rischi «un grado troppo alto di estemporaneità e di improvvisazione». A ben riflettere non è affatto vero che volti nuovi comportino tali conseguenze. È sufficiente pensare al governo Monti per rendersi conto che il paese dispone di risorse umane ricche di competenze e di disinteresse. Certo, una cosa è affidare ad una qualificatissima coppia, nel caso specifico Napolitano-Monti, la selezione ed altra è quella di affidare all’elettorato certamente facile all’illusione ed alle influenze di istrioni, vedi il caso Grillo, e dei nuovi strumenti di comunicazione. Ma è proprio qui che si potrebbe vedere la capacità di un partito, come quello democratico, che ha radici diffuse in tutto il paese e un sistema, quello delle primarie, che lo sottrae alle pressioni delle conventicole. 
Perché la selezione del nuovo gruppo di punta garantisca l’emersione di persone che abbiano realmente a cuore il bene comune sarebbe, tuttavia, necessario un ulteriore passo avanti. Evitare che la passione politica si trasformi in una professione. Perché se è vero che chi svolge una funzione pubblica deve essere in condizioni di non dipendere dalla sua ricchezza o da terzi che lo foraggiano e lo corrompono, è anche ovvio che quando si svolge un’attività professionale è naturale sia voler raggiungere gli apici, sia considerarla duratura. 
Ne deriva che l’orizzonte temporale entro il quale si assumono le decisioni finisce per coincidere con le
prossime elezioni. Se i problemi italiani sono resi più gravi di quello che già sarebbero da un debito pubblico tra i più alti del mondo, è proprio perché si è guardato poco al futuro. Non è, dunque, sufficiente, a mio sommesso avviso, applicare radicalmente lo statuto del partito democratico sulle tre legislature: occorrerebbe accompagnare questa mossa da una precisa proposta legislativa in tale direzione.
È facile obiettare che non si può chiedere ad una classe politica il suicidio collettivo, ma è possibile rispondere che il pericolo di essere comunque mandata a riposo è alto e, soprattutto, che Cincinnato è passato alla storia e lo stesso accadrebbe per un gruppo che, nell’interesse generale, sappia imitarlo.

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