giovedì 10 maggio 2012

Un patto quinquennale per l’Italia - Arnaldo Sciarelli su Europa

Nessuno mi leverà dalla testa che le cause del degrado della qualità politica di questo paese dal ’93 in avanti, al di là degli errori di Mani pulite e delle sue intromissioni a volte addirittura infauste, sono da ricercarsi in due violazioni costituzionali. Aver consentito di conferire un ruolo istituzionale ad un imprenditore dell’edilizia, della carta stampata e delle telecomunicazioni, quindi concessionario pubblico anche se tramite società, cosa nota al mondo intero. E aver consentito ad un partito statutariamente secessionista – per di più finanziato per organizzare la secessione con centinaia di milioni di euro dello stato italiano – di governare il paese con l’imprenditore succitato. Da soli si sarebbero attaccati al tram. 
E invece hanno purtroppo governato dieci anni degli ultimi diciassette. Per fortuna in questi ultimi giorni i ragazzi che a Roma cantavano per strada Bella ciao, le manifestazioni del 25 aprile per ricordare la Resistenza perché, come diceva Aniasi, «ne valeva la pena», i discorsi di Napolitano sempre coerenti con i suoi libri, il suo umorismo su inutili boom populistici, la ripresa laburista in Inghilterra, il depotenziamento elettorale del bigottismo economico-politico profondamente nazionalista della Merkel, la vittoria di Hollande aprono il cuore a speranze di solidarietà. Verso le quali, piaccia o non piaccia ai “cazzari” conservatori, va anche l’universo ecclesiale. È necessario quindi accelerare il processo di integrazione socio economica fra le nazioni europee autenticamente tali, mettendo in squeeze i cosiddetti mercatisti. La situazione è seria e non se ne esce semplicemente con soluzioni nazionali. Abbiamo deciso, in molti, forse in troppi e non sempre simili fra noi, di seguire la strada dell’unità europea. E partendo, sembra assurdo, da un punto finale: la moneta unica. 
È importante proseguire e costituire la repubblica federale europea, gli stati uniti d’Europa, autentico soggetto socio-politico-economico capace di dire al liberismo sfrenato, alla remunerazione del capitale a qualunque costo, alla criminalità finanziaria internazionale: le nostre condizioni sono queste, siete interessati? E le condizioni è inutile ripeterle. Se questo processo non si accelera qualcuno potrebbe
pensare, senza troppi torti, di tornare indietro e di mettersi in proprio per sopravvivere. Qualcuno, comunque, decadrà naturalmente. La Germania, il suo universo imprenditoriale che appoggia il rigorismo egoistico della Merkel sanno che il suo Pil è garantito dai bassi tassi d’interesse sul suo debito pubblico, che il cosiddetto mercato quadruplica nei confronti degli altri paesi europei non ritenuti all’altezza.
E l’Ue, sempre più compressa cardinalmente, deve pensare che la sua rottura se la augurano in molti fra alleati occidentali ipocriti e vicini orientali pronti ad espandersi. Lo zarismo russo è più che mai interessato a corteggiare la Grecia e i Balcani per un suo corridoio nel Mediterraneo, futuribile incrocio di interessi straordinari. Il nostro amato Belpaese deve riflettere collegialmente su questa vicenda, per fare l’impossibile affinché l’Europa si faccia, ma gli altri dovranno trasformare parte del loro egoismo sfrenato almeno in altruismo moderato e quindi in solidarietà necessaria. Le elezioni amministrative, al di là delle banalità di Cesa e Berlusconi sull’unificazione dei moderati, dopo che ci spiegheranno che cosa intendono per moderati in una conferenza chiarificatrice, o delle battute di Buttiglione che suggeriscono al Cavaliere, che si vanta di aver un posto d’onore da Putin – sai che ci frega – , per realizzarla, di diventare come Sarkozy, un semplice cittadino italiano, hanno dato la sensazione che la gente, al di là dei populismi urlati, vuole basi programmatiche concrete. 
Il fatto che partiti rappresentanti del centro sinistra e partiti teoricamente rappresentanti un presunto invocato Terzo polo, tentativo politico che, come già previsto, per Casini non esiste più, si siano trasversalmente alleati ed avversati secondo i territori è un po’ la riprova di tutto ciò. Bisogna far chiarezza e, fino alla noia, da una parte progressisti e da una parte conservatori o, per essere più moderati e copiare Fini, da una parte innovatori e da una parte gattopardi. Che poi il Pdl, o mi auguro solo parte di esso, continui a considerare appartenenti al teorico universo moderato sia la Lega, oggi più che mai secessionista, che Storace, sodale della Le Pen, con Lupi che vi aggiunge una presunta destra moderata e un possibile inserimento socialista riformista vero convivente con i precedenti, è obiettivamente un problema demenziale. Io resto convinto che come i piccoli comuni ischitani hanno costituito il Patto per Ischia, comune per comune, copiando il governo Monti nell’interesse dell’isola e stravincendo ovunque, si debba pensare ad un patto per l’Italia dal 2013 al 2018. 
Cercando di non peggiorare la situazione tra oggi e la primavera del 2013, tenendo bassi i toni, contribuendo all’azione di governo correggendone iperboli erronee di natura professorale lontane dagli umori e dai bisogni della gente, i partiti politici democratici dovranno accompagnare questa transizione nell’interesse generale del paese. Le barzellette destrorse storaciane, quelle ultra destrorse che inneggiano ai naziskin in Grecia o quelle di qualche sognatore post comunista che inneggia al cambiamento per il successo della sinistra radicale in Grecia, sono da Baggina. Il grillismo – che non ritengo affine alla destra in termini socio economici – è da tenere sotto osservazione anche per piccoli rigurgiti europei. Ma, al momento, mi sembra un fenomeno da teatro Tenda per interpretare malumori e malesseri autentici senza però dare rimedi efficaci e certi. 
A questo punto non dovrebbe essere difficile per quella che oggi viene definita “buona politica” organizzare una ripresa di attività crescenti nell’interesse generale per il bene comune e con particolare attenzione per la vicenda genovese. Bisogna saperlo fare, basta una rilettura del pensiero olivettiano, del suo considerare inscindibile ed osmotico il rapporto impresa-territorio-società, la sua definizione di comunità. Oggi attuale più che mai.

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