martedì 5 giugno 2012

Ancora una Grande coalizione - Marco Follini su Europa

Dove andremo a finire? La rituale domanda che tante persone ci rivolgono e che spesso ci rimpalliamo tra di noi si colora da un po’ di tempo a questa parte di una tonalità più oscura e rivela un’incertezza che è diventata propria anche di gruppi dirigenti sperimentati e disincantati. In tempi normali quei gruppi dirigenti sono soliti barcamenarsi tra le loro idee e le loro possibilità, un po’ guidando e un po’ seguendo e destreggiandosi a cavallo tra il valore delle convinzioni e il calcolo delle probabilità. In tempi normali, appunto.
Ma quando i tempi si annunciano anomali quel dosaggio non può più essere lo stesso, e si richiede semmai un’intuizione che guidi un percorso che non si rintraccia più sulle mappe di sempre. In tutti questi mesi, diciamolo, noi ci siamo persi in una discussione che si colloca qualche gradino al di sotto delle difficoltà del paese. Pro e contro il palco di Vasto. Più al centro o più a sinistra. Riformisti e moderati. Socialisti e non. Tutte cose cruciali, s’intende. Ma che a questo punto dovrebbero essere collocate su di uno sfondo e viste alla luce di un’idea che fosse dotata di maggiore profondità. Quella idea che le alleanze magari esemplificano, ma non del tutto.
Io penso che dovremmo invece partire dalla crisi del paese. E chiederci prima di tutto di cosa ha bisogno l’Italia e cosa un partito può offrirle – da solo o in compagnia. Prima di tutto ci serve un fortissimo ancoraggio all’Europa, idea che non va più così tanto di moda. Ci serve un drastico progetto di riduzione della spesa pubblica, senza di cui non ci sarà nè rigore nè crescita. Ci serve un ragionevole allentamento della morsa fiscale.
Ancora, ci serve mettere mano a disuguaglianze che si stanno mangiando la nostra idea di giustizia. E infine, ci serve una classe dirigente votata alla ragione e non alla demagogia. Tutto questo per riassumere in un telegramma la complicatissima questione politica italiana.
Si può pensare di realizzare tutto questo sul filo del 51 per cento? Berlinguerianamente, rispondo di no. Una chiusura del Pd nella ridotta della sinistra taglierebbe alla radice ogni possibilità di governo (ammesso che contenesse una esile possibilità di vittoria). Cosa di cui, almeno in privato, ci diciamo
tutti consapevoli. Ma se è così, allora va preso il toro per le corna. E va detto con chiarezza e con lealtà che il problema non è più quello di costruire un cartello elettorale. È quello di riproporre una grande coalizione – se possibile, ancora guidata da Monti. E di riproporla agli elettori, non di affidarla alle combinazioni del giorno dopo.
Le prossime elezioni non saranno un referendum su Grillo. Saranno un referendum sull’Europa. Si dovrà costruire una maggioranza intorno a un punto di vista comune su tutti quei nodi che aggrovigliano la crisi dell’economia italiana alla crisi delle politiche europee.
Berlusconi con la sua “pazza idea” si è chiamato fuori. Ma tanta parte del centrodestra non potrà stare fuori allo stesso modo del Cav. E noi dovremmo essere capaci di parlare anche a quel mondo non per calcolo elettorale ma per visione politica.
Bersani dice, riformisti e moderati insieme. Lo dico anch’io. Ma credo che i confini di una simile alleanza siano molto più vasti di come ce li siamo raccontati fin qui.

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