martedì 19 giugno 2012

Chi investe e non vede - Federico Fubini su Corriere della Sera

La festa non è durata neanche due ore. Ieri mattina l’euro aveva ripreso quota e la febbre sui tassi dei titoli di Stato stava iniziando a scendere. Sembrava l’inizio di un giorno di sollievo per l’esito del voto greco, invece alle dieci e mezza è già finito tutto. Ciascuno è ridisceso nella propria trincea. Il solo listino che si è tenuto nettamente in positivo è rimasto quello di Atene, mentre le Borse di Milano e Madrid sprofondavano e il resto d’Europa restava attorno a quota zero. Gli spread della Spagna e dell’Italia hanno ripreso a crescere come in un’inerzia infernale.
Il messaggio non poteva essere più chiaro. Fino a venerdì la classe media di Atene accaparrava cibo e medicine di scorta, l’esercito teneva in preallarme i riservisti, i neonazisti improvvisavano ronde di sicurezza nelle periferie abbandonate dalla polizia. Ma l’aver scongiurato la catastrofe di una vittoria degli estremisti in Grecia non significa che i problemi siano risolti. Restano tutti come prima. Con la loro festa troncata a metà, gli investitori ieri hanno detto ai governi che ormai stanno guardando oltre Atene, verso la Spagna e l’Italia. E lo spettacolo non li convince.
Nella penisola iberica vedono il crollo immobiliare senza fine e l’aiuto europeo congegnato come un ponte che non regge: invece di versare capitale direttamente nelle banche, vero tallone d’Achille iberico, si prestano soldi al governo di Madrid aumentandone così il debito e il legame perverso con le banche stesse. E invece di rassicurare gli investitori esteri, li si mette in fuga dicendo loro che saranno rimborsati solo dopo il fondo salvataggi europeo Esm. Di questo passo la Spagna finirà presto per aver bisogno di un intervento di aiuto molto più pesante, banche e Stato insieme.
Ma ai mercati non piace neanche ciò che vedono in Italia. La decrescita dei primi sei mesi del 2012 è stata tale da mettere in dubbio le stime fatte fin qui. Senza un’inversione di tendenza, c’è il rischio che il
debito continui a crescere. Gli investitori per ora non vedono una decisione europea che blocchi l’ingranaggio, dunque nell’incertezza si tengono alla larga. Certo non aiuta l’intero Paese — partiti, sindacati, imprese — l’abitudine di allentare la coesione e gli sforzi non appena gli «spread» calano e poi di nuovo accelerare solo quando si torna sotto schiaffo. In questo modo si dà alla Germania un segnale masochista: che questa tensione da infarto all’Italia in fondo fa bene, ed è meglio lasciarci in questo stato.
Niente di tutto questo è inevitabile. In Europa ci sono Paesi colpiti duro dalla crisi che si sono rimboccati le maniche, lavorando di più, e ora mostrano chiari progressi. L’export del Portogallo è salito del 13% in un anno e del 76% solo verso la Cina. Anche Dublino ha ricevuto un salvataggio europeo ma da ieri paga uno spread più basso di Madrid, il suo export vola e l’economia è tornata a crescere. Forse perché è una nazione piccola e coesa, l’Irlanda non vive nel rifiuto di ogni gruppo sociale di accettare le rinunce nel timore che il prossimo se ne avvantaggi. Fuori dal calcio, magari, qualcosa da insegnare all’Italia ce l’ha. 

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