mercoledì 6 giugno 2012

Dai, Monti, osa - Andrea Sarubbi su Europa

Dice Monti, in un’intervista a Famiglia cristiana, che non rischierà la stabilità del suo governo sull’altare della cittadinanza ai figli degli immigrati. E la mette sul pragmatico: «Potrei avere una soddisfazione intima morale», perché è un tema a cui tengo, ma «se fosse risolto il problema al prezzo di scompaginare la maggioranza di governo e del risanamento dell’economia (...) considererei fallito il mio mandato». Pragmatico è pragmatico, non c’è dubbio. Ma il governo dei tecnici, mi si permetta, dimostra di avere dimenticato l’anima in cantina.
Nessuno avrebbe chiesto all’economista Mario Monti di occuparsi anche di cittadinanza se egli stesso, nella lista di ministeri non ne avesse inserito uno che in 66 anni di storia repubblicana non si era mai visto: il ministero per l’integrazione, appunto, affidato tra l’altro al fondatore di una straordinaria associazione – la Comunità di Sant’Egidio – che della battaglia per la cittadinanza ai minori ha sempre fatto la propria bandiera.
È vero che – cito a memoria un’intervista dello stesso presidente del consiglio a Matrix, ai primi di febbraio – la riforma della legge sulla cittadinanza «non è il cuore del mandato ricevuto»; ma è altrettanto innegabile che il governo sia nato, da questo punto di vista, sotto una stella particolare, esattamente a cavallo tra due pesantissime dichiarazioni del presidente Napolitano: la prima, in piene consultazioni, durante la festa per i nuovi italiani con la nazionale di calcio e quella di ginnastica ritmica; la seconda, subito dopo il giuramento di Monti, nell’incontro con le comunità evangeliche. Dubito che il capo dello stato non fosse a conoscenza degli equilibri politici (e purtroppo numerici) in un parlamento che è sempre quello del 2008.
La sua doppia presa di posizione – ribadita più volte nei mesi successivi, sia nel messaggio di fine anno che in occasione delle varie cittadinanze onorarie concesse dagli enti locali ai figli degli immigrati – era però una spinta al nuovo governo perché su questo punto si sbilanciasse, perché prendesse coraggio e tracciasse una strada possibile, trascinandosi dietro anche il centrodestra.
Del resto, non hanno imposto a noi delle dolorose rinunce su altri provvedimenti (la riforma delle
pensioni, per dirne una, o la retromarcia sulle liberalizzazioni) che da soli avremmo scritto in maniera diversa? Invece, l’unica affermazione che abbiamo sentito ripetere negli ultimi mesi da palazzo Chigi è che «ci rimettiamo su questo tema alla sovranità del parlamento».
Noi del Pd ci proveremo sul serio, riportando la legge in Aula a fine mese e cercando di rivoltare come un calzino il testo unico di impronta paraleghista messo a punto dalla relatrice Bertolini. Detto questo, però, il governo decida da che parte stare: ad andare a sbattere contro il muro di Pdl e Lega, con tutto il rispetto, siamo capaci anche da soli.

Nessun commento: