mercoledì 20 giugno 2012

Diritto alla cultura. Se violarlo fosse reato? - Federico Orlano su Europa

Federico Orlando
E se un giorno l’ottimo Corrado Passera, o chi quel giorno fosse al suo posto alle prese con forbici e tagli alla Finanziaria, venisse denunciato alla Corte di Strasburgo per violazione dei diritti culturali? È una provocazione? Per ora, forse. Sia la nostra Carta che quelle europee – da Friburgo, a Stoccolma, a Lisbona, ecc. – prevedono tra i diritti dell’uomo e del cittadino anche quelli definibili “culturali”. «La cultura e la scienza sono liberi e libero ne è l’insegnamento». Liberi sì, ma con quali e quanti soldi? Con quante e quali tutele giuridiche che rendano inviolabili quei diritti di libertà e perseguibili chi li viola? Chi taglia i bilanci degli stati alla voce “cultura” commette reati solo simbolici, così come simbolici sono i valori da cui quei diritti derivano. Se così fosse, tutto si ridurrebbe ad aspettative.
Se ne parlò a maggio al Salone del libro di Torino, a proposito del Manifesto per la cultura del Sole24 Ore. Intervenne anche Napolitano con un messaggio non eufemistico: «Quei soldi si possono trovare». E quei diritti concretizzare. S’è parlato anche di class action, da parte di cittadini che ne subiscono le conseguenze: prima, l’inadeguatezza delle culture (e dei lavori culturali) intesi come beni, giacimenti e restauri. Se in un anno si strangolano dieci teatri e si chiudono cinquanta cinema, conta poco se il Pil, come oggi costruito, aumenta dello 0,50 per cento.
Da un anno a Roma qualche gruppo cinguetta attorno al Teatro Valle più o meno occupato, ma pare non succeda niente. Ieri a Montecitorio ci sono state manifestazioni contro “l’operazione spezzatino”, che stuprerà gli Studios di Cinecittà con una lottizzazione funzionale. Così la chiamano: sulla Pontina il settore delle scenografie, gli studi Panalight per il noleggio dei mezzi di ripresa, e la multinazionale Deluxe per un albergo gigante. Viva il cemento (e la dinamite che lo riduce in polvere a Punta Perotti, Bari).
Monica Amari, di grande famiglia siciliana e milanese, docente e professionista di strategie culturali, alla vigilia della seconda conferenza delle Nazioni Unite contro la fame, “Rio + 20, futuro della terra e
sviluppo sostenibile”, ha redatto il Manifesto per la sostenibilità culturale (Franco Angeli editore,120 pagine, 16,50 euro), che gli studenti del Politecnico stanno ramificando tra le aule e fuori. Europa ha potuto intercettarne una delle prime copie, sul litorale laziale, nella pausa di un volo Milano-Palermo dell’autrice. Una lettura che indirettamente prepara anche a Rio + 20: che stavolta, a differenza di vent’anni fa, non ha la vicinanza della più grande discarica a cielo aperto del mondo, sostituita con un’altra ad altissima tecnologia per energie d’ultima generazione, anzi del futuro.
Il Nobel Desmond Tutu stavolta è più ottimista nell’affermare (La Stampa di domenica) che nel pianeta ci sono acqua cibo ed energia bastevoli perché nessuno ne sia escluso. Il ministro Corrado Clini esalta la sfida «pazza e sostenibile» del padiglione italiano, interamente riciclabile: pannelli fotovoltaici all’esterno e presenze all’interno delle nostre eccellenze industriali nella green economy. Mentre, per suo conto, il saggio di Monica Amari ricorda che «la Madre Terra, già considerata creatura autosufficiente e “base” sicura per la vita, ha avuto bisogno di reti giuridiche di protezione dei propri equilibri, “minacciati dallo sviluppo distruttivo dei suoi figli” (Zagrebelsky)».
Annota ancora l’autrice: «Solo dopo aver scelto di ristabilire una relazione di tipo simmetrico tra l’uomo e la natura è stato possibile ascoltare nuove voci, nuovi pensieri, si è potuto ipotizzare un modello di sviluppo basato sui cicli di vita e su uno scambio paritetico tra ciò che si trasforma e ciò che si distrugge». Ora è necessario ampliare questo modello di sviluppo, deducendo da Amartya Sen e dalle sue capabilities (“capacitazioni”, le risorse cioè di cui una persona dev’esser messa in grado di disporre per impiegarle operativamente al meglio), la «sostenibilità della cultura» come «quarto fattore» nuovo e dirompente di sviluppo: oltre quelli del capitalismo tradizionale, lavoro, beni, servizi.
Anche Stoccolma, con la Dichiarazione del diritti dell’Uomo rispetto all’Ambiente, parlò di questo diritto individuale e collettivo alla cultura sostenibile. Ma da quarant’anni la spesa pubblica in Italia è in fase calante: siamo allo 0,23 per cento del Pil, pari a 1, 8 miliardi, contro i 3 della Gran Bretagna, gli 8 della Germania, gli 8,4 della Francia. Sarà per questo che tra i quattro grandi dell’Unione siamo i più a rischio default? Anche per questo, dice Monica. Non è entrato nel senso comune delle classi dirigenti, cattedratici compresi, che tutto quel ch’appartiene all’economia del simbolico, appunto alla cultura, deve stare fra i pilastri dello sviluppo: con tanto di governance e di government della cultura, inteso quest’ultimo come strumento operativo a cui è delegato realizzare i processi di governance.
Obama ha raddoppiato gli investimenti culturali lo stesso giorno, può dirsi, in cui è entrato alla Casa Bianca, in Francia e in Germania, dove segni di recessione sfiorano beni e servizi fin qui in crescita, se i segni non diventano falle è perché i “+” della cultura coprono i “–” dell’automobile o delle commesse militari. Economia del simbolico significa anche restituire bellezza alla natura devastata dall’edilizia e dalla rapina del suolo, ricostruzione del paesaggio anche attraverso la distruzione coatta degli ecomostri, modello Bari.
In una Liguria quasi di serie B, la Val di Vara, fuori dalle vetrine preziose della riviera, nel comunello di Carro hanno scoperto la casa costruita e abitata dal nonno di Paganini: hanno trasformato questo capitale simbolico, di cui nessuno per generazioni sospettò che fosse potenzialmente capitale e pure simbolico, in investimento comunitario dell’intera Valle, hanno creato un festival di richiami e sono corsi olandesi, inglesi, tedeschi, svedesi, a comprare case ristrutturate, creando un indotto di 10 milioni di euro. In chiave analoga qualcuno legge anche il tentativo di Asor Rosa di preservare la Maremma dallo sfondamento autostradale. Così i “beni comuni”, ambiente, aria, acqua, lavoro, cibo, energia, salute, parità sessuale, parità sociale, biodiversità, diventano anche e in primo luogo diritti culturali sostenibili.
A Milano, l’“area C” di Pisapia, che impone un pedaggio ai non residenti che vi entrano in macchina, salva tutta l’area dagli inquinamenti, ma soprattutto crea un nuovo senso comune centrato sull’eguaglianza dei diritti sostenibili: la maggioranza dei milanesi ha aderito alla metodologia con cui l’idea di “area C” si è fatta concreta. Tutto il contrario di quanto aveva fatto la giunta Moratti-De Corato nelle aree della grande immigrazione, che abbiamo descritto su Europa, “Prova d’orchestra multietnica”, col saggio dell’indo-italiana Gabriella Kuruvilla (Milano, fin qui tutto bene, editrice Laterza).
Proprio nel cuore dell’area, a via Padova, si voleva puntare alla multiculturalità per un Festival che la riequilibrasse e desse risposte meno empiriche o individuali a mezzo milione di milanesi. Allora Palazzo Marino non accettò, naturalmente. C’è ancora fra noi chi preferisce le banlieues. O spera nella terza generazione dei Le Pen. Anzi nell’incultura insostenibile dei nonni mascherata dietro il volto pulito di una ventenne.

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