martedì 12 giugno 2012

I dubbi di Renzi - Antonio Funiciello su Europa

Al netto del bizantinismo utilizzato per designarle (primarie aperte), le primarie di coalizione del centrosinistra già presentano una serie di incertezze e criticità a tutti evidenti.
Assunta la disponibilità di Bersani a candidarsi, resta l’attesa per la decisione che prenderà Renzi. Decisione legata alle regole ancora da definire. Per analizzare i dubbi di Renzi è necessario dare per scontato tre condizioni di partenza.
La prima: che nel 2013 si voti col Porcellum. Tutte le altre opzioni in campo – semipresidenzialismo, ispano-tedesco, doppio turno – non possono che contemplare primarie di partito all’interno del solo Pd. La seconda: che le primarie richiamino, come nel 2005, la partecipazione di un gran numero di candidati, simmetrico rispetto all’ampiezza della coalizione. Nel 2005 ci furono Prodi, Bertinotti, Pecoraro, Di Pietro, Mastella, Scalfarotto e l’incappucciata.
Nel 2012 ci saranno Vendola, Di Pietro, Bonino, Nencini dei socialisti, Bonelli dei verdi, qualche intellettuale radical chic, etc. Coloro che non siedono in parlamento saranno più motivati ad esserci, scorgendo nelle primarie una ghiotta occasione di visibilità mediatica. La terza: che il Pd cambi lo statuto per consentire a più candidati democratici di partecipare.
L’origine delle perplessità politiche di Renzi sta in queste tre condizioni di praticabilità del campo. Le quali determinano, anzitutto, un problema di perimetro di gioco. Se Renzi accetta di stare in una coalizione con Vendola, Di Pietro e compagnia bella, è evidente che non potrà portare argomenti che oltrepassino il perimetro. Fare propaganda sostenendo che «il liberismo è di sinistra» è, ad esempio, un argomento che in quel perimetro non ha cittadinanza. A meno di non voler ammettere la possibilità di mollare i partner delle primarie nel caso in cui Renzi dovesse vincerle. Tuttavia un tale atteggiamento negherebbe in origine l’esistenza stessa delle primarie o, per lo meno, della partecipazione di Renzi. Il quale, però, se non si caratterizza con un profilo riformista molto hard, riduce le sue chance di vittoria.
Renzi è poi uno che attira il voto degli elettori di centrodestra. Una qualità indiscutibile. Ma è possibile
immaginarsi un numero significativo di elettori di centrodestra che si lasci attrarre da una competizione a cui partecipino Vendola e Di Pietro? Pare un po’ difficile in un tale perimetro di gioco così spostato a sinistra... Un perimetro di cui chiunque può restare ostaggio. Prodi (che era Prodi) nel 2006-2008 non riuscì a tenere la coalizione per più di un anno e mezzo.
Se Renzi dovesse vincere le primarie, si ritroverebbe in una condizione peggiore: la difficoltà prodiana di fare sintesi tra diversissimi; accanto alla novità, rispetto a Prodi, di trovarsi il proprio partito guidato da un gruppo dirigente che gli si è scagliato contro unitariamente alle primarie. Tanto se Renzi dovesse vincere. Se dovesse perdere, le conseguenze sarebbero ovviamente peggiori.
Se Renzi uscisse sconfitto, subirebbe difatti un doppio contraccolpo negativo. La sconfitta, in sé, sarebbe complicata da gestire, poiché orienterebbe la coalizione in direzione opposta a quella propugnata dal sindaco fiorentino. Ma Renzi non potrebbe neppure provare a correggere più di tanto quella direzione, avendo gruppi parlamentari a lui largamente ostili. Prodi (che era Prodi) trionfando alle primarie del 2005, riuscì a farsi eleggere quattro o cinque parlamentari su sua diretta indicazione. Se Renzi vincesse le primarie, riuscirebbe a ottenere più di Prodi? Domanda che, nel caso di sconfitta, non si pone neppure. È evidente che Bersani è riuscito a convincere D’Alema, Franceschini, Letta e Bindi (la sua maggioranza interna) ad accettare le primarie, garantendo che le quote interne saranno preservate dall’esito, come accadde nel 2005.
Perdendo le primarie di coalizione, Renzi sarebbe infine azzoppato in vista del previsto congresso del Pd del 2013 con relative primarie di partito. Si dice che Renzi avrebbe comunque più difficoltà a farsi spazio in primarie di partito, considerato il vaglio iniziale delle candidature previsto dall’astruso statuto democratico. In realtà, le primarie di partito traccerebbero un perimetro di gioco assai più vantaggioso per il sindaco.
È vero, si farebbe più fatica all’inizio con la conta interna. Ma nella conta esterna, tutti gli elementi di debolezza sopra elencati, diverrebbero elementi di forza. Dalla capacità di attrarre elettori di centrodestra alla penetrazione nella macchina del partito che Renzi ricaverebbe dalla sua partecipazione. Figurarsi da una sua vittoria.
Di tutte queste considerazioni può fare a meno un candidato del Pd alle primarie di coalizione che adotti lo stile del personaggio in cerca di autore. Ce ne sono tanti. Matteo Renzi, che un leader lo è già e una sua soggettività politica l’ha già circoscritta, non può invece non tenerne conto.

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