martedì 26 giugno 2012

Incontrarsi sui diritti - Marco Follini su Europa

Leggendo il documento sui diritti redatto dal gruppo di lavoro coordinato da Rosy Bindi mi sono fatto due, tre domande di quelle più semplici. Prima domanda: sono d’accordo in tutto e per tutto ? La risposta è no. Seconda domanda: se il documento rispecchiasse per intero il mio punto di vista il resto del partito ci si potrebbe riconoscere ? La risposta è un’altra volta no. Terza domanda: c’è un modo migliore di sintetizzare punti di vista così diversi su materie così sensibili ? La risposta è un ultimo no. Forse tutti questi “no” ci dicono qualcosa di meno banale. 
E cioè che su questi argomenti – le famiglie, le convivenze, i loro molteplici intrecci – un partito ha due strade: o sceglie un profilo identitario o imbocca un percorso di mediazione. Se alza troppo in alto le insegne delle proprie convinzioni rischia l’unilateralismo. Se accetta di mescolare insegne diverse, che talvolta possono apparire contrapposte, si deve disporre a una fatica supplementare. 
Già, ma proprio quella fatica esprime la nostra idea dell’Italia. Un paese in cui laici e cattolici convivono senza steccati, si confrontano e imparano qualcosa gli uni dagli altri. Un paese in cui i nodi più aggrovigliati della coscienza si districano con pazienza e rispetto di tutte le opinioni. Un paese che gira prudentemente alla larga da qualunque forma di bipolarismo etico e cerca come può di evitare che gli argomenti più delicati e controversi del privato irrompano con troppo furore in una disputa pubblica che avrebbe semmai bisogno di essere, per quanto possibile, stemperata. Ora, quando la politica incrocia il vissuto delle persone, la loro intimità, la loro sfera più sensibile, è ovvio che ogni mediazione diventa difficile, alle volte quasi impossibile. Ci si confronta su principi difficilmente negoziabili e si toccano corde così profonde dell’animo umano che è fin troppo facile trovarsi esposti all’accusa di essere troppo proni alla ragion di stato. 
Eppure è proprio questa disponibilità a parlarsi da lontano, a cavallo di differenze radicali, che conferisce alla politica il suo valore cruciale di organizzazione della convivenza. Non mi sfugge la
difficoltà dell’impresa. Già in questi primi giorni, non a caso, si sono ascoltate le opposte voci critiche. Da un lato quella di chi misura la distanza del documento dai canoni della dottrina sociale della Chiesa. Dall’altro quella di chi segnala la lontananza dal modello delle legislazioni più progressive di alcuni paesi europei. Voci che non si possono ridurre al silenzio, e che probabilmente animeranno tra di noi un confronto dall’esito tutt’altro che scontato.
Quello che conta, dal mio punto di vista, è che queste voci trovino la misura giusta per esprimersi. Appunto perché la misura si rivelerà la chiave decisiva. La tentazione di giocare la partita su fronti contrapposti non esprime la forza delle convinzioni. Rivela semmai una certa loro fragilità, come se il fatto di esporsi alla contaminazione di un altro modo di vedere le cose bastasse a incrinare le proprie certezze. E invece io credo che lo sforzo di ricondurre le nostre diverse posizioni a un minimo comune denominatore sia il modo migliore di esprimere la cultura pluralista che dovrebbe dare un senso al nostro – talvolta faticoso – stare assieme. 
Non si tratta di trarre per noi stessi un piccolo vantaggio politico ed elettorale dal fatto di armonizzare principi diversi. Si tratta di offrire al paese un vantaggio molto più grande per il fatto che quei principi, nella loro pacifica dialettica, aiutano ad allargare i confini della nostra coscienza pubblica. Senza anatemi.

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