mercoledì 20 giugno 2012

La cultura tra tutele e Pil - Luca Nannipieri su Europa

Cultura
L’arte e la bellezza sono un desiderio, non un diritto. Pensare che vi siano diritti culturali è come pensare che uno, per diritto, debba diventare madre o padre. Sciagurata sarebbe quella società che, in Costituzione o in Legge, trasforma i desideri in diritti irrinunciabili. La stimolante riflessione proposta da Federico Orlando, sollecitato dal Manifesto per la sostenibilità culturale di Monica Amari (Europa, 19 giugno 2012), muove da un assunto che, per Orlando e sicuramente per molti lettori, è indiscutibile e che invece qui proverei a mettere in discussione: la cultura va sostenuta perché è un diritto. «Non è entrato nel senso comune delle classi dirigenti – scrive Orlando – che tutto quel che appartiene all’economia del simbolico, appunto alla cultura, deve stare fra i pilastri dello sviluppo».
È giusto ritenere la cultura un pilastro fondamentale, ineludibile, di sviluppo; meno giusto è, a mio giudizio, il passo successivo: cioè pensare di ingabbiare questo pilastro fondamentale e simbolico, in un apparato di tutele, diritti, garanzie, riconosciuti per legge. Proprio perché la cultura tenta la conoscenza dell’invisibile ed è un fenomeno complesso che si intreccia al simbolico, all’identità, alla memoria, alla creatività artistica difficilmente organizzabile e preventivabile, non si può pensare di trasformarla in diritto giuridico, perché il suo campo d’azione non è la tutela, ma il desiderio, la volontà.
Un Leopardi, tutelato per legge, molto probabilmente non avrebbe scritto il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia; un Van Gogh o un Modigliani, foraggiati come pittori, avrebbero forse dismesso la loro furiosa e inquieta interrogazione del reale con la pittura; nessuna pecunia preventiva da parte dello stato arrivò a Primo Levi quando si mise a scrivere Se questo è un uomo.
È vero che la ricerca, la sperimentazione artistica, la vita di un coro d’orchestra, di uno scrittore, di un intellettuale, hanno pur sempre bisogno di entrate economiche per prodursi, per continuare ad essere (Michelangelo aveva come committente Papa Giulio II, Dante Alighieri dedicò il Paradiso a Cangrande della Scala perché si rifocillò sotto la protezione di questo «magnifico e vittorioso signore, Vicario generale del Santissimo Impero Cesareo nella città di Verona»); ma ho forti dubbi che tali entrate
economiche debbano oggi essere garantite per legge.
Nel momento in cui la cultura diventa un apparato gestibile, riconosciuto tramite tutele, diritti acquisiti, al punto che se un ministro o un sindaco disattende tale apparato, tagliando fondi e risorse, può essere denunciato per violazione dei diritti culturali, ecco in questo stesso istante la cultura smette di essere un tentativo di conoscenza dell’invisibile e diviene una prevedibile organizzazione statutaria. L’articolo 9 della Costituzione (la repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica) ne è un’illuminante dimostrazione. Per i costituenti, compito della repubblica è promuovere la sviluppo della cultura, non garantirlo. Sostenere economicamente la cultura in quanto diritto significa, di fatto, non promuoverla, ma trasformarla in un apparato gestibile, i cui membri sono foraggiati per diritto.
L’arte, la bellezza, l’invenzione artistica, non possono diventare oggetto di garanzia, perché la loro stessa natura, come l’identità, la memoria, non è gestibile, ma solo, come dice l’articolo 9, incentivabile, promuovibile. Che la cultura sia un desiderio, e non un diritto, è così chiaro che lo stesso Orlando ne cita un esempio lodevolissimo: nel comune ligure di Carro, in Val di Vara, si sono a tal punto mossi per valorizzare il paese che una casa abitata dal nonno di Paganini diventa un capitale simbolico che, acutamente e culturalmente promosso, si è trasformato in capitale economico con l’arrivo dei turisti.
Che cosa muove questa esperienza di rinascita culturale? Un diritto riconosciuto e foraggiato dalla legge? No, un desiderio messo a frutto per questa gente e per l’Italia tutta. Ci ammoniva Montanelli: “Quando il lettore non capisce quel che scrivete, vuol dire che non vi fate capire”. Evidentemente, tra le mie ingenuità c’è anche quella di presumere che un lettore e scrittore di “Europa” non attribuirebbe mai a me intenzioni quasi zdanoviane o da Minculpop. Né io né Monica Amari abbiamo scritto che l’Erario debba finanziare la cultura ingabbiandola in leggi e regolamenti; ma che la cultura è un diritto degli individui e che l’“economia del simbolico” non può diventare quarto pilastro dello sviluppo postindustriale (insieme a lavoro, beni e consumi), fin tanto che la spesa pubblica per la cultura sarà pari allo 0,23 per cento del Pil, come in Botswana. Cosa c’entra Leopardi che, in un mondo di poveri e analfabeti, cantava “L’Infinito” in libertà, senza attingere ai forzieri (che comunque c’erano) di papà Monaldo? f.o.

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