mercoledì 13 giugno 2012

La “ditta”, Penati e la questione morale - Gad Lerner su Repubblica

Filippo Penati
Chi lo conosce non dubita che Filippo Penati abbia sempre lavorato per il suo partito prima che per sé stesso. Ha condiviso senza interruzioni le sorti della “ditta”. Così usava chiamarla ironicamente Bersani: dalla militanza comunista ai Ds fino al Partito democratico. Il segretario del Pd delegò Penati come suo emissario nel Nord Italia, prima di sceglierlo come braccio destro a Roma. Per un decennio gli sono state affidate relazioni delicate con ambienti imprenditoriali, soprattutto nel settore delle infrastrutture. È impensabile che Penati le abbia coltivate prescindendo da una visione condivisa.
Per questo gli atti resi pubblici dalla magistratura di Monza con la richiesta di rinvio a giudizio per corruzione, concussione e finanziamento illecito dei partiti, esigono un chiarimento politico per il quale non serve attendere gli esiti giudiziari della vicenda. Cavarsela ricordando che Penati si è autosospeso dal partito, tanto più ora che Bersani avanza la propria candidatura al governo del paese, apparirebbe come una reticenza inspiegabile.
Dalla lettura degli atti istruttori emergono domande squisitamente politiche: è opportuno che un dirigente di partito rivesta una funzione reticolare di intermediazione con aziende private e cooperative, finalizzata alla spartizione di appalti e licenze? E ancora: è accettabile che gliene derivino finanziamenti trasversali per l’attività politica di partito e sua personale? Infine: che lezione intende trarre il Partito Democratico sui rapporti fra politica e affari evidenziati dalle inchieste sull’Autostrada Milano Serravalle e sulle aree industriali dismesse di Sesto San Giovanni?
Il ricorso a professionisti di fiducia e l’inserimento nei cda di funzionari legati al partito, deve essere considerata una prassi necessaria? La consuetudine palesata da Penati, ad esempio, con l’impresa della famiglia Gavio, da sempre bene introdotta nei più diversi ambienti politici, merita una riflessione. Nel
settore delle infrastrutture finanziate con fondi pubblici non è stata svolta un’azione regolatoria a tutela della libera concorrenza e nell’interesse della collettività, ma piuttosto riscontriamo l’opposto: il mercanteggiamento delle concessioni con reciproco vantaggio, all’insegna del “ce n’è per tutti”.
Un clima equivoco in cui perfino un banchiere come Massimo Ponzellini riteneva conveniente staccare assegni per la “Fondazione Metropoli” di Penati. Non è purtroppo un caso se esplodono in parallelo gli scandali lombardi del sistema dominante Formigoni e del sistema Penati, subalterno ma a quanto pare non così marginale. Colui che il Pd aveva candidato a ribaltare l’egemonia del centrodestra in crisi, ha rivelato una concezione accomodante dell’opposizione, preoccupato di non restare tagliato fuori dalla spartizione della torta.
E difatti, prima ancora dell’intervento della magistratura, è stata l’economia della regione nel suo insieme a non reggere più, dentro la crisi, questi metodi consociativi e affaristici. Lo conferma anche il fatto che gli accusatori di Penati siano imprenditori dal comportamento equivoco, sodali fin che gli conveniva e divenuti ostili nella disgrazia.
Tanto più vero ciò appare nell’epicentro del sistema Penati: a Sesto San Giovanni. Dove sono entrati in azione, per acquisire il controllo redditizio delle aree industriali dismesse, protagonisti più vicini politicamente alla corrente di Penati: le cooperative rosse e due imprenditori pugliesi considerati dalemiani come Roberto De Santis e Enrico Intini.
Mi auguro che Bersani rifugga dalla tentazione di liquidare gli interrogativi posti dall’inchiesta sul “sistema Sesto” come un attacco dei poteri forti ai settori economici più vicini al suo mondo di provenienza. Questa tentazione è riemersa di recente, quando la Corte d’Appello di Milano ha assolto i manager dell’Unipol, Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, insieme all’ex governatore Antonio Fazio, dall’accusa di avere concertato nell’estate 2005 la scalata alla Bnl. Si è parlato di un vero e proprio complotto contro la finanza rossa, ad opera della stampa asservita ai salotti buoni del capitalismo italiano.
Come se la ristabilita verità giudiziaria, di cui è doveroso prendere atto, cancellasse anche i rapporti intrattenuti con i Fiorani, Gnutti, Ricucci e furbetti del quartierino vari, in una logica di schieramento cui non si sottrassero i dirigenti Ds. Con la medesima apprensione di accesa tifoseria, del resto, certi ambienti di sinistra stanno seguendo l’intricata acquisizione di ciò che resta del gruppo Ligresti da parte dell’Unipol. Quasi che una preordinata ostilità politica tentasse di impedire alla finanza rossa di consolidarsi sulla piazza di Milano.
La vicenda Penati necessita di una considerazione serena ma severa, rifuggendo tali pregiudizi. Anche perché le sue ripercussioni nel Pd lombardo e milanese continuano a manifestarsi pesanti. C’è un vuoto di leadership. Ci sono dirigenti che vedono ancora in lui il proprio riferimento naturale. C’è disorientamento fra i militanti. Ne risente l’efficacia dell’opposizione alla pericolante giunta Formigoni.
Viene quindi da chiedersi, di fronte al quadro gravissimo delle attività di Penati delineato dalla pubblica accusa, se non avverta egli lo scrupolo di dimettersi dal Consiglio Regionale, essendo palesemente compromesso il rapporto di fiducia con un elettorato del quale non può essere più il rappresentante.
Ma intanto un discorso di verità da parte di Pier Luigi Bersani aiuterebbe la sinistra del Nord a delineare la svolta necessaria nel rapporto fra politica e affari. Tema ineludibile nella sfida per risanare l’economia e governare il paese.

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