giovedì 7 giugno 2012

La tela da tessere - Marta Meo su Europa

Marta Meo
Ad averci pensato prima, tanti di quei ragazzi che oggi siedono nei consigli comunali a cinque stelle avrebbero potuto cominciare a fare politica entrando in un circolo. Magari partendo da un social network. E forse oggi non saremmo qui a discutere come dare l’idea di essere noi l’alternativa, il cambiamento.
Se il tema del rinnovamento della classe dirigente del Pd viene ancora trattato come un conflitto generazionale classico sbagliamo perché quello della partecipazione e dell’inclusione delle generazioni non è un problema del partito ma di tutto il paese e delle sue istituzioni.
Siamo in presenza di un problema di rappresentanza ampio e generalizzato che in questi anni, per molte ragioni e senza che ce ne accorgessimo, ci ha portati a diventare una democrazia fondata su una rappresentanza senza delega. A questo punto il problema non è solo decidere quante eccezioni si faranno per garantire dei parlamentari al loro ennesimo mandato con questa legge elettorale, ma capire quanto la democrazia italiana potrà tenere duro se non sapremo uscire da questa situazione.
Quando arriviamo a primarie di coalizione con due candidati del Pd che cosa abbiamo fatto contro l’astensionismo e il disamore degli elettori verso la politica? Certo, quello dell’astensionismo è un problema che, con varie sfumature, c’è a destra come a sinistra ma per noi questo è un varco che si apre, uno spazio da riempire, da occupare.
Ed anche nel recente dibattito sulla data delle elezioni, quanti italiani si saranno chiesti se questi continui posizionamenti tattici su qualsiasi tema in discussione non siano altrettante occasioni mancate di perseguire obiettivi comuni più grandi e più ambiziosi? Oggi che il fiato si sta facendo sempre più corto dobbiamo riguadagnare sul campo la fiducia degli italiani, poi dell’Europa e dei mercati internazionali,
altro che posizionamenti tattici, ed è dagli italiani e dalla loro fiducia che dovremo partire. La differenza tra un governo politico e un governo tecnico sta tutta qui.
Monti potrà lavorare per un po’ di tempo ancora (e noi, insieme, responsabilmente con tutti i nostri problemi e i nostri dubbi ma leali) sulla credibilità internazionale e sui mercati, ma il paese ritroverà se stesso e forse ripartirà, cosa non scontata, quando e se si riuscirà a ricreare un rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni.
Questo compito non spetta ad altri se non alla politica, ed oggi è particolarmente difficile perché tenere insieme Europa e mercati internazionali con la nuova radicalità critica che emerge dalle comunità è compito arduo che richiede cultura e determinazione e per il quale non ci sono alternative. Ricominciare a tessere la tela oggi vuol dire saper riconoscere lo stravolgimento dell’agenda politica degli ultimi vent’anni ed avere la forza e il coraggio di mettersi in gioco, in un mondo che cambia a grandissima velocità, che diventa sempre più povero e in cui le certezze vengono meno una dopo l’altra; vuol dire ripartire dai nostri, dai disaffezionati, da chi non ha tutele, dai giovani e dalle donne.
Vuol dire smetterla con i congressi permanenti, vuol dire recuperare una sana e costruttiva responsabilizzazione dei gruppi dirigenti, vuol dire riguadagnare quella capacità antica di essere un partito che sa impegnare tutti, perché essere accoglienti vuol dire mettere al lavoro le persone facendo lo sforzo di preferire persone capaci e leali a un progetto comune piuttosto che fedeli ad una persona.
In questo contesto che ci impone, più che chiedere, un cambiamento eviterei iniezioni di nuovismo perché queste non sono mai servite ad avvicinare il partito alla società ma, al contrario, sono state spesso funzionali alla conservazione.
La sfida oggi non è di presentarsi come quelli che mettono in discussione la propria leadership per l’ennesima volta quanto di riguadagnarsi una posizione autorevole nella percezione degli italiani, diventando coraggiosi nel cambiamento a costo di scontentare qualcuno e nel perseguimento fermo e sereno di alcuni semplici obiettivi: presentare persone sobrie e autorevoli capaci di ripartire dai fondamentali – i bisogni delle persone – e di percorrere una strada in avanti.
Quando saremo questo gli attori faranno gli attori, gli scrittori faranno gli scrittori, nessuno si sentirà chiamato a fare il salvatore della patria e i comici, finalmente, torneranno a farci ridere.

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