giovedì 7 giugno 2012

Non pensiamo ai fatti nostri - Debora Serracchiani su Europa

Quali sono le priorità? Che cosa ci chiedono i cittadini? Che cosa ci rimproverano e come rimediare? Credo siano queste le domande alle quali dovrà rispondere domani la direzione nazionale del partito. E intendo l’intera direzione, non solo il segretario Bersani. Se dalla direzione verranno almeno alcune risposte chiare a queste domande, non avremo celebrato una ritualità nota, per quanto nobilitata dalla relazione del segretario.
Mi sembra infatti che il rischio incombente sia ancora una volta occuparci di noi stessi, quando dei fatti nostri al paese interessa sempre meno. E ciò avviene mentre, parallelamente, si parla moltissimo del Pd e dei suoi interna corporis, con un furore analitico che ricorda quello degli antichi anatomisti. Su quello che vuole e fa il Pd, sulle sue proposte per il paese attuale e sofferente, e per quello prossimo venturo, troppo spesso la comunicazione è balbettante quando non contraddittoria. Il recente episodio delle dichiarazioni del responsabile economico del partito sulla sorte del governo Monti ne è soltanto l’ultimo esempio.
Domani sembra che il segretario Bersani ci annuncerà le primarie aperte per ottobre. A parte il fatto che vari punti ci dovranno essere chiariti – primarie di partito? Di coalizione? Per la leadership? Per la premiership? – il mio dubbio è che stiamo prendendo una scorciatoia. Riconosco a Bersani di avere e di dimostrare coraggio umano e politico con questa sua disponibilità a scendere in campo e a misurarsi. Non vedo in giro molti segretari di partito pronti a rimettere in discussione la propria investitura, mettendola nelle mani dei cittadini.
Ma sento il dovere di chiedermi se, mentre il paese si sta infilando nel passaggio forse più stretto della sua storia recente, il primo dovere del Partito democratico sia cominciare una lunga campagna elettorale per riaffidare la pienezza della legittimazione al nostro segretario. Non ho sicurezze assolute, e avanzo
perfino la supposizione che la mobilitazione potrebbe avere degli effetti positivi nel riagganciare fasce di elettori che si sono allontanati o intiepiditi. Ho però più forte la sensazione che rimarranno “fatti nostri”, da cui continueranno a essere esclusi quei ceti e quelle categorie, quegli elettori, con cui non siamo mai, o ancora, riusciti a parlare.
Mentre noi avremo appena finito di far la conta dei sostenitori di Bersani, di Renzi o di un terzo e quarto animoso sfidante, il governo in scadenza, e quindi probabilmente non nel pieno delle forze, starà cominciando a fare i conti della sua ultima finanziaria. E nulla ci fa presagire che quella finanziaria sarà più leggera dell’ultima.
A ottobre, poi, sapremo se ci sarà o no un’altra legge elettorale, se sarà stato incardinato un set di riforme indispensabile per ridare fiato alle nostre imprese e per alleggerire i costi della politica e delle pachidermiche amministrazioni pubbliche. Saremo a due settimane dal test delle regionali in Sicilia e, non ultimo, sapremo anche se qualche paese avrà abbandonato l’euro o starà per farlo. C’è il momento di discutere e c’è il momento di agire.
Per questo, io avrei preferito che il tempo restante, poco e prezioso, di questa legislatura avesse visto il Partito democratico impegnato tutto assieme su queste priorità, che sono precisamente quelle che tanti nostri cittadini ci accusano di non sapere o non volere affrontare. Ma, se primarie saranno, mi auguro che porteranno frutti più positivi che negativi, che non saranno l’occasione per l’ennesima ricomposizione delle cordate e che le proposte che verranno dai candidati in corsa saranno chiare e concrete. Perché, almeno io, sceglierò in base a queste.

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