martedì 26 giugno 2012

Pd, resta contemporaneo - Roberto Della Seta su Europa

Roberto Della Seta
Come è potuto succedere? Come è accaduto che in Italia l’effervescenza sociale dei primi anni Duemila – tra movimenti giovanili anti-globalizzazione, Girotondi, grandi mobilitazioni sindacali – sia così rapidamente appassita, senza produrre alcun rinnovamento politico e lasciando campo libero ad atteggiamenti sempre più diffusi di qualunquismo populista e ribellismo plebeo, dai grillini ai forconi? Una risposta, seppure inconsapevole, è venuta qualche giorno fa dal convegno degli “antiliberisti” del Pd. 
In quella sede autorevoli intellettuali – Tronti, Reichlin, Galli, Gotor –, insieme a un gruppo di più giovani dirigenti del Partito democratico capeggiati da Fassina, hanno detto che il nemico da battere è il «capitalismo liberale» (così letteralmente Mario Tronti nella relazione introduttiva) e che alla sinistra e all’Italia serve rifare un bel partito «come c’era una volta». Non si capisce bene se i promotori di questo progetto vorrebbero semplicemente che il Pd diventasse “socialista”: sarebbe sorprendente, visto che nessuno di loro lo è mai stato. 
Invece si capisce benissimo che la loro lettura della realtà di oggi, e del ruolo che oggi è chiamata a svolgere una grande forza progressista europea com’è il Pd, ignora quasi del tutto gli sconvolgimenti di questi anni: la scena economica e geopolitica mondiale rivoluzionata dall’avvento di nuovi formidabili protagonisti, l’emergere di problemi inediti a cominciare dalla crisi ecologica, per quanto riguarda l’Italia la caduta verticale di etica pubblica nelle classi dirigenti. 
Certo il conservatorismo culturale di settori tuttora influenti nella sinistra italiana spiega solo in parte il corto circuito che ha impedito alla politica progressista di mettere in campo una idea forte, convincente di “ripartenza” del paese. A questa colossale occasione mancata ha contribuito anche e molto la depressione economica, seminando negli italiani disincanto e sfiducia; e ha contribuito il berlusconismo, rovesciando la promessa di una “rivoluzione liberale” nel suo contrario, in un ciclo politico consumato
all’insegna del più desolante immobilismo. Ma resta l’enormità del fatto. Richiamarla prescinde da un giudizio di merito sulla qualità e gli obiettivi dei movimenti che animarono l’Italia nei primi anni di questo nuovo millennio: i quali contenevano molti elementi dinamici e promettenti – i no-global, che hanno avuto in Italia uno dei paesi d’elezione, capirono e dissero per primi che il predominio della finanza non era né giusto né utile... – accanto ad altri più controversi, com’era il sottofondo conservatore del rifiuto di mettere mano alle regole del mercato del lavoro.
Però, ripeto, quelle proteste al confronto con gli argomenti e con i toni dell’odierna “antipolitica” erano ossigeno puro. Allora, le colpe. Io credo che la sinistra, dunque oggi il Pd, ne abbiano di evidenti. Chi altri, del resto, avrebbe dovuto raccogliere la sfida di quelle proteste, farne l’occasione per aggiornare il proprio profilo e convincere gli italiani della possibilità di un cambiamento positivo? Di tutte le suggestioni evocate dai movimenti sociali di allora, l’unica che la sinistra abbia trattenuto e valorizzato è anche la meno “illuminata”: è la tentazione, prevalente nella sinistra sindacale e radicale ma largamente presente nello stesso Partito democratico, di opporsi per principio ad ogni ipotesi di cambiamento del sistema delle tutele sociali. 
Da Landini a Fassina, questo atteggiamento anti-riformatore – diffusissimo in particolare tra i “tutelati”... – ha trovato voci autorevoli a rappresentarlo. Nel breve periodo tale posizione obiettivamente conservatrice può portare consenso e popolarità a chi sceglie di cavalcarla, nel medio rischia di separare la sinistra dalla sua principale ragione sociale: battersi per dare diritti, tutele, opportunità a chi non ne ha o ne ha di meno. Invece la sinistra italiana ha del tutto lasciato cadere i due messaggi più promettenti venuti dai movimenti degli anni scorsi. Ha lasciato cadere il messaggio gridato dai Girotondi, che invocavano standard decenti di etica pubblica. Ma davvero c’è ancora chi può credere che la questione morale nella politica italiana riguardi solo Berlusconi e la sua “corte”? 
Davvero c’è chi non veda che questo stesso tema – da Penati a Lusi, dalla Puglia alla Sicilia – interpella molto da vicino anche noi, e alimenta anche nel nostro popolo sentimenti crescenti di insofferenza, spesso di disprezzo verso quella che buona parte degli italiani considera, senza sostanziali distinzioni tra questo o quel partito, la Casta? Allo stesso modo, la sinistra e oggi il Pd non hanno dato risposta alla domanda, che arrivava già dieci anni fa dai movimenti altermondialisti, di uno sviluppo sottratto al controllo esclusivo dei grandi poteri finanziari e che dia molto più spazio all’innovazione economica, culturale, sociale, generazionale, cominciando dai cosiddetti beni comuni. Così, è capitato che un anno fa il Pd abbia prima ignorato e poi subìto la mobilitazione referendaria contro il nucleare e per l’acqua pubblica; e capita ora che temi che per una larga fetta del nostro elettorato attuale e potenziale sono decisivi per costruire il futuro e anche per uscire prima e meglio dalla crisi, per esempio i temi dell’ambiente e dell’economia verde, fatichino terribilmente ad imporsi nell’agenda, nel discorso pubblico dei nostri leader. Insomma, la sinistra ha gettato al vento i semi di una stagione di movimenti, forti protagonismi sociali, preziosi fermenti culturali. 
Ha perduto, soprattutto, un’occasione importante per restare “contemporanea”, per tenersi collegata con la voglia, il bisogno di cambiamento che si manifestano nella società e che da sempre sono alla base dell’idea di sinistra. Questo è un problema non solo per la sinistra italiana, ed è un problema immenso in particolare per la sinistra riformista. Basta pensare al risultato delle ultime elezioni greche: vinte dalla destra malgrado il suo fallimentare bilancio di governo, vinte dalla sinistra radicale che in pochi mesi ha decuplicato i suoi consensi, perse rovinosamente dai socialisti del Pasok che in circostanze certo drammatiche sono apparsi ai greci, anche a molti greci che li avevano sempre votati, come una forza semplicemente inutile. 
Ecco, non sarebbe male che il Pd tenga a mente questa lezione greca: essere riformisti, esserlo in modo credibile e convincente, non significa ovviamente resuscitare vecchi e infelici miti anticapitalisti ma nemmeno proporsi per puntellare l’ordine delle cose così com’è. Vuol dire invece riconoscere, raccogliere, coltivare, nelle forme del possibile ma con autentica radicalità, i semi di un cambiamento “progressista” – verso uno sviluppo duraturo e sostenibile, verso una società più aperta e inclusiva, verso una maggiore dignità della rappresentanza politica – che per l’Italia non è meno urgente che per la Grecia. Quei semi nella società italiana restano abbondanti, se non saremo noi a metterli a frutto rischiamo in breve tempo di perdere noi stessi. 

Nessun commento: