mercoledì 13 giugno 2012

Quattro mosse contro la crisi - Pier Paolo Baretta su Europa

Pier Paolo Baretta
Si sta diffondendo l’opinione che il governo Monti stia esaurendo la iniziale spinta propulsiva. L’incertezza sui temi della crescita, sulle riforme (pubblica amministrazione e fiscale, soprattutto), sulla spending review; l’ostinazione ad insistere su tasse ed accise, sembrano annunciare un “capolinea” anticipato. La gravità della situazione europea non aiuta. Persino l’elezione di Hollande sembra già riassorbita nella crisi dell’Eurozona, che rischia, addirittura, di influenzare negativamente le elezioni americane.
Il maxiprestito concesso alla Spagna abbassa la febbre, ma non è la soluzione. Non si trova, infatti, un equilibrio tra il necessario rigore, rappresentato dal fiscal compact, e una strategia finanziaria e fiscale che apra spazi alla crescita, da sostenere con la tassa sulle transazioni, gli eurobond, il consolidamento della parte del debito eccedente il 60% e, soprattutto, lo scorporo degli investimenti dal patto di stabilità.
Su questi punti il nostro governo può e deve esercitare un ruolo di traino. Ma non basta: se non si trova il bandolo è perché manca una idea politica di Europa. Anche in Italia, si annaspa perché si sta smarrendo una idea politica di ciò che serve davvero al paese. Dobbiamo scuoterci, tutti (il governo, la politica, i partiti, le parti sociali) dal torpore che ci sta assalendo. I partiti rischiano di chiudersi, dopo i risultati delle amministrative, a coltivare il proprio orto (penso ad esempio, all’effetto di distrazione dalla emergenza economica e sociale che potrebbe avere lo svolgimento delle primarie ad ottobre).
Il governo teme l’isolamento (il riferimento di Monti ai poteri forti è emblematico) e rischia di confondere la crisi di rappresentanza politica, manifestatasi nel voto amministrativo, come crisi di governabilità. Non è così. Le parti sociali, dal canto loro, pressati dalle istanze dei loro rappresentati ed in assenza di risposte, sono indotte a far prevalere la tutela corporativa alle riforme di struttura. È uno scenario da scongiurare.
Ma, se guardo alla reale situazione, vedo che la responsabilità principale per evitarlo dipende, in
particolare, da due soggetti: il Pd ed il governo. Ecco perché, al contrario di quanto si possa essere tentati di fare, viste le difficoltà, è il momento di rafforzare, non di allentare, il rapporto col governo Monti. È possibile sostenere il governo e, al tempo stesso, provocare esiti più convincenti della sua azione? Sì, cambiando marcia.
Non aspettando, cioè, che sia solo il governo a fare le proposte, alle quali, belle o brutte che siano, non potremo che dire di sì; e, se non arrivano, aspettare... ma, facendole noi le proposte. Costringendo, cioè, la maggioranza sbandata, l’impacciato governo e le sfuggenti parti sociali a discuterne e a scegliere.
Per fare ciò basta una piattaforma breve, di pochi punti essenziali, che consenta di agire contemporaneamente sulle due principali emergenze: il debito, che è insostenibile e che, almeno in parte, va risolto solo da noi. (Non prendiamocela col fiscal compact – che pure va ridiscusso – se anche non ci fosse, il 123% è comunque troppo!); il lavoro e l’impresa (cioè la crescita) che vanno sostenuti. Servono, dunque, risorse ingenti da redistribuire su entrambe queste priorità.
Come trovarli? 
1) Smettendola di agire sulle entrate. La pressione fiscale è eccessiva e giustamente il Governatore l’ha definita inconciliabile con lo sviluppo e l’ha dichiarata temporanea. Allora, bisogna davvero fare quella coraggiosa revisione della spesa, di cui molto si parla – la spending rewiew – andando ben oltre i compiti assegnati a Bondi. La spesa pubblica è cresciuta in tutti i comparti meno quello dell’istruzione. Una significativa, ma qualificata, riduzione può avvenire attraverso la riforma della Pubblica amministrazione (compresa il lavoro pubblico!) e la realizzazione di un vero federalismo fiscale, che vuol dire meno centri di decisione e spostamento al territorio della imposizione fiscale. È clamoroso l’oblio nel quale è caduto il federalismo, proprio quando la crisi della Lega consentirebbe di affrontarlo seriamente e non come mera propaganda.
2) Definendo un piano di dismissioni del patrimonio pubblico. Il governo glissa completamente su questo punto ed è un errore. Un piano serio di cambi di destinazione d’uso e di cessioni, sotto forma di concessioni, joint ventures, prima ancora che vere e proprie vendite, consentirebbe la valorizzazione di parte dell’immenso patrimonio nazionale, con entrate importanti e certe. Il mercato è bloccato? Ragione in più per agitarlo.
3) Destinando ad investimenti pubblici, per infrastrutture edilizie e tecnologiche di comunicazione (dalla banda larga alla viabilità) e ambientali l’avanzo di bilancio previsto (quasi il 5% nel 2015), accontentandoci del pareggio. Inoltre, smantellando (o, almeno, allentando) il patto di stabilità interno, per liberare i comuni, a cominciare da quelli in attivo, da almeno tre vincoli di spesa: il dissesto idrogeologico; gli investimenti per infrastrutture e manutenzione straordinaria degli edifici pubblici, a cominciare dalle scuole; i pagamenti ai privati.
4) Introducendo la compensazione tra debiti e crediti verso lo stato ed il contrasto di interessi (almeno sui costi relativi alla casa) e destinando tutte le entrate da evasione alla riduzione del cuneo fiscale su impresa e lavoro e razionalizzare le detrazioni e deduzioni fiscali (250 miliardi distribuiti in 700 voci!) per recuperare risorse da destinare alla emergenza lavoro.
Fanno parte di questo capitolo i necessari interventi saul credito e la riscossione. Queste sono solo alcune idee, tutti interventi “minimi”, plausibili e per farli basta un decreto. Sono proposte calibrate tra i tre famosi capisaldi (rigore, crescita, equità) con i quali abbiamo dato il via a questa fase straordinaria. Non sono la luna nel pozzo, ma rappresentano una inversione di tendenza e quel tanto di fiducia di cui hanno bisogno, adesso, gli italiani.
Queste proposte vanno, però, comunicate efficacemente ai cittadini con una Conferenza nazionale, una manifestazione pubblica, un messaggio televisivo di Bersani agli italiani, degli spot pubblicitari, possibilmente fatti bene... In tal modo legittimiamo ulteriormente la nostra propensione di governo, visto che a ciò ci candidiamo tra pochi mesi.
Chi teme che una linea siffatta ci danneggi elettoralmente sbaglia. Se alle amministrative il Pd è andato meno peggio degli altri è anche perché da tre anni dice coerentemente come stanno le cose. Anche quando sono scomode. Il paese ha bisogno di una guida e qualcuno la deve pur assumere. 

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