venerdì 1 giugno 2012

Se il cerino resta nelle mani del Pd - Rudy Francesco Calvo su Europa

Il Pdl va avanti per la sua strada sulla proposta semipresidenzialista: ieri i tecnici berlusconiani hanno lavorato al testo degli emendamenti e oggi ne parleranno anche all’assemblea dei gruppi parlamentari. La Lega è pronta ad accodarsi, soprattutto nel caso in cui il Pd si tirasse indietro, anche se la linea ufficiale – ribadita ieri da Maroni – è che «il tempo è scaduto». L’Udc, dal canto suo, sta a guardare senza chiudere alcuna porta. Anzi, proprio loro si dicono «pronti al dialogo» su tutto, anche su quel doppio turno da sempre osteggiato. 
Se l’11 giugno, quando scadrà il termine per la presentazione degli emendamenti alla proposta di riforma istituzionale, resterà questo lo scenario che si profilerà al senato, il Pd si troverà in una situazione non facile. Che Pdl-Lega-Udc possano andare avanti per conto proprio è un’ipotesi che non sta in piedi: impossibile approvare una riforma costituzionale così importante in questo modo, soprattutto sotto l’ombrello di un governo di unità nazionale. Politicamente, però, il Pd non può mostrarsi come il partito che blocca il percorso delle riforme. Cosa fare quindi? Il dubbio comincia a circolare al Nazareno. 
L’opinione di gran lunga prevalente, anche tra chi sarebbe disponibile al dialogo, è che il tanto fumo che si è sollevato in questi giorni non nasconda nessun arrosto. «La proposta Calderisi non sta in piedi – spiega uno dei tecnici dem – anche se dovesse essere approvata, dovrebbe essere seguita da una serie di leggi indispensabili per attuarla. Non potrà mai esserci il tempo per fare tutto e così ci ritroveremmo con una riforma monca». Non è della stessa idea Stefano Ceccanti, senatore e costituzionalista di area veltroniana, secondo il quale si potrebbero votare le norme di attuazione nell’intervallo tra le due letture necessarie per le modifiche costituzionali, per poi farle entrare in vigore successivamente. «C’è una serie di scelte che si possono o vogliono fare a cui i tecnici danno il loro contributo – spiega Ceccanti – ma sono i politici che possono o devono scegliere, non nascondendosi dietro le tecniche». 
Nessuna manfrina, insomma: il Pd si decida. Il tema sarà affrontato nella prossima riunione della
direzione, già rinviata martedì scorso per il terremoto in Emilia e ora ulteriormente slittata rispetto all’ipotesi di tenerla lunedì prossimo. Per quel giorno, infatti, è stato proclamato il lutto nazionale: la nuova data utile potrebbe essere quella di venerdì 8 giugno. In vista di quell’appuntamento, crescono gli appelli a prendere una posizione chiara. Ieri sono intervenuti con una nota cinque senatori dem (Marco Follini, Giorgio Tonini, Paolo Giaretta, Enrico Morando e Antonello Cabras), che chiedono ai vertici del loro partito di «essere pronti al confronto, aperti e disponibili ». 
E anche Arturo Parisi spinge il Pd a incalzare il Pdl senza tirarsi indietro. A veltroniani e ulivisti si aggiunge Paolo Gentiloni mentre, secondo i rumors parlamentari, anche Massimo D’Alema potrebbe sostenere la proposta Calderisi, che ricalca quella Salvi esaminata proprio dalla bicamerale presieduta dall’ex premier. A opporsi in maniera netta sono invece alcuni esponenti del partito che una volta erano ritenuti vicinissimi proprio a D’Alema, da Matteo Orfini a Roberto Gualtieri. Bersani, per ora, non si sbilancia. Osserverà l’evolversi della situazione fino alla riunione della direzione e lì farà la propria proposta. Avere qualche giorno in più, se non fosse per il tragico motivo che ha imposto il rinvio, sarà utile a chiarire le posizioni in campo. Dentro e fuori il partito.

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