martedì 28 agosto 2012

Centro non è equidistanza - Marco Follini su Europa

Sono un’infinità le domande e i dilemmi che attraversano le nuove iniziative in corso al centro dello schieramento politico. Ci si vuole muovere nel solco della tradizione oppure si vuole tracciare una novità ? Si vuole fare una operazione liberal oppure si scommette sulle reti del solidarismo organizzato ? Si intende dar vita a un movimento pluralistico oppure si confida ancora nel coro muto degli ubbidienti? Tutte domande che restano come una nuvoletta sospesa sul capo di quanti si muovono a cavallo delle vecchie linee divisorie del bipolarismo che fu.
Ma c’è una questione che, inevitabilmente, prende il sopravvento quando si parla di centro. Ed è la questione delle alleanze, l’eterno “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Argomento un po’ stucchevole, se vogliamo. E magari reso ancora più stucchevole dalla vaghezza delle risposte che incontra. Eppure argomento cruciale, che meriterebbe trattazioni meno strumentali di quelle che di solito riceve. Proverò a dire la mia.
Io credo che il centro oggi abbia due modi possibili di proporsi. Il primo modo è quello di stare nel mezzo, di offrirsi come stella fissa di una nuova costellazione politica. È – era – l’idea del Terzo polo. Si lancia il guanto di sfida, si escludono alleanze, si scommette tutto sullo sfondamento elettorale, oppure su una diversa configurazione delle forze in campo. Idea suggestiva, ma rischiosa. Essa può portare al trionfo o alla disfatta, più difficilmente al negoziato. Ma è, appunto, un’idea, e come tale merita attenzione e rispetto.
Il secondo modo, la seconda possibilità del centro è di dotarsi di un’alleanza strategica. A destra, nel nome del Ppe. O meglio, molto meglio, a sinistra, nel nome di Moro e Fanfani. Un’alleanza che venga dichiarata prima, spiegata, riempita di contenuti. Magari condizionata da qualche punto fermo. Uno scambio alla luce del sole, illuminato dalle buone ragioni convergenti degli uni e degli altri.
Questa seconda strada aprirebbe uno scenario nuovo e consentirebbe ad ognuno di coltivare meglio le
proprie virtù e di arginare i vizi reciproci. Un patto tra moderati e riformisti, lo ripeto una volta di più, eviterebbe agli uni il destino della conservazione e agli altri la deriva del radicalismo. Sarebbe una buona cosa – per noi e soprattutto per il paese.
Quello che non vedo, in questo caso, è il sentiero per così dire di mezzo. Rinunciare all’equidistanza in nome di un’alleanza che si fa a mezza bocca, che si lascia intendere ma non si dice, che si accenna in modo fin troppo criptico, tutto questo, a mio giudizio, è un puro non senso. Il nostro tempo politico ha una sua deontologia.
Essa prevede che le alleanze siano dichiarate prima, in nome della trasparenza che è dovuta agli elettori. Ma ci sono anche ragioni più prosaiche che spingono in questa direzione. Una coalizione che si presenti come tale davanti al popolo sovrano dispone infatti di una forza (e di una coesione) che nessun negoziato successivo potrà mai conferire né alle parti né all’insieme. Certo, anche questa strada presenta le sue difficoltà. Non è così facile armonizzare le differenti culture politiche, si tratta di plasmare e levigare argomenti che fin troppe volte sono stati adoperati come corpi contundenti.
Si cita spesso al questo riguardo la difficile convivenza che si verrebbe a stabilire, per esempio, tra Buttiglione e Vendola. E tuttavia, avendo visto Buttiglione convivere senza troppi patemi con l’onorevole Catone, resto convinto che una ragionevole forma di convivenza con Vendola non nuocerebbe alla sua anima politica. Certo, si tratta di rischiare qualcosa. Ma s’è mai vista un’operazione politica dotata di un minimo di grandezza che sia avvenuta senza mettere in qualche misura a repentaglio le convenienze e i calcoli della vigilia? Non mi pare. Per questo insisto: o c’è l’alleanza o c’è la sfida. La mezza sfida oggi che produce la mezza alleanza domani non mi pare proprio la scommessa giusta.

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