giovedì 30 agosto 2012

Così non va, usciamo dal fortino - Enrico Morando e Giorgio Tonini su Europa

Da quando è nato, nel 2007, il Pd sa bene che per vincere deve uscire dal fortino assediato delle tradizionali aree di consenso al centrosinistra, vaste ma minoritarie, per conquistare consensi nuovi, correndo il rischio dell’innovazione.
Innanzi tutto sul piano programmatico, ma anche, e in modo non meno decisivo, su quello della cultura politica e della stessa forma partito. Il Pd non conquisterà nuovi consensi attorno a un ambizioso programma di riforme del paese se non saprà invertire l’attuale deriva verso una visione tradizionale della cultura e dell’organizzazione, del software e dell’hardware, del partito: una visione volta più a rassicurare l’attuale gruppo dirigente diffuso – sia quello di tradizione comunista sia quello di tradizione di sinistra cattolica – che a favorire l’emergere, attraverso l’effettiva contendibilità degli incarichi, di una nuova leva di dirigenti, portatrice anche di un altro modo di vedere e di pensare la società e la politica.
I limiti dell’attuale struttura sociale e territoriale del consenso al Pd sono descritti in modo molto efficace in due cartine colorate dell’Emilia-Romagna, elaborate da Fausto Anderlini e illustrate da Lina Palmerini sul Sole 24 Ore del 14 aprile 2010. La prima cartina colora di un verde via via più scuro i comuni nei quali la Lega Nord, alle ultime elezioni regionali, ha superato il 12%, il 16%, perfino il 24%. Non ci interessa tanto, in questa sede, il successo della Lega, che potrebbe essere un fenomeno effimero. 
Ci interessa piuttosto l’analisi della fatica del Pd, perfino in Emilia-Romagna, a rappresentare l’Italia profonda, il fitto tessuto di famiglie-imprese-comunità che costituisce la forza trainante del modello produttivo e, fuori dai grandi centri urbani, anche sociale e culturale del paese. Fuori dalle città,
dove prevale il ceto medio intellettuale (in particolare pubblici dipendenti, studenti, ma anche pensionati), che rappresenta il nerbo dell’elettorato del Pd e del centrosinistra (in competizione vincente con i lavoratori autonomi, in particolare commercianti e liberi professionisti, tradizionalmente più orientati verso il centrodestra), c’è il grande mondo della produzione, il mondo di chi lavora con le cose più che con le parole. Ci sono i contadini e gli operai, gli artigiani e gli imprenditori piccoli e medi: categorie sempre meno in conflitto tra loro e sempre più unite in un sindacato del territorio, in conflitto invece con il partito della città su grandi questioni politico-programmatiche.
A cominciare dalla vera, grande discriminante: quella tra chi lavora nella e vive della pubblica amministrazione; e chi invece l’amministrazione pubblica la vive come un costo, di solito assai elevato, a fronte di un controvalore (percepito come) mediocre. Ma il discorso potrebbe allargarsi a uno spettro più ampio di temi, come l’immigrazione, il fisco, la giustizia.
A seconda che si viva dentro o fuori dalle mura delle città, problemi come questi sono pensati in modo assai diverso. Nessun dipendente pubblico considera l’immigrato un competitore, magari oggettivamente sleale, come lo considerano invece l’operaio, l’artigiano, l’imprenditore. Basti pensare agli insegnanti, vero motore, tanto silenzioso quanto potente, di integrazione culturale dei nuovi italiani: per ciascuno di essi il giovane immigrato, il bambino immigrato, la famiglia immigrata sono una sfida professionale, talvolta dura, comunque impegnativa. Ma sono anche una risorsa, perché sono una conferma del ruolo insostituibile della scuola (e quindi degli insegnanti stessi) pure in una società in declino demografico: senza immigrati ci sarebbero meno studenti, meno scuole, meno insegnanti.
Per l’operaio, l’artigiano, l’imprenditore, gli immigrati sono una risorsa indispensabile a far andare avanti le aziende, ma restano anche e soprattutto un problema di competizione sleale, sia sul mercato del lavoro sia in quello dei prodotti e dei servizi, fino a quello dei benefici del welfare. E forse è inutile soffermarsi sulla profonda, talvolta radicale diversità di percezione del ruolo sociale del fisco, o della giustizia, a seconda che si faccia parte del settore pubblico, come tale finanziato dalle tasse e sostanzialmente estraneo alla giustizia, salvo i casi di corruzione; o si veda invece la pubblica amministrazione, che sia fiscale o giudiziaria poco cambia, entrare nella piccola impresa con tutta la sua pesantezza, talvolta la sua violenza, salvo non riuscire mai a trovarla quando si debba riscuotere un credito o avere giustizia in un tribunale. 
Del resto, per i dipendenti pubblici, i lavoratori privati, tanto più se autonomi, sono tutti evasori e come tali responsabili del degrado da sottofinanziamento nel quale versano molti settori della pubblica amministrazione. E viceversa, per chi vive sul mercato, i dipendenti pubblici sono altrettanti fannulloni, parassiti che alimentano il costo ormai insostenibile di una pubblica amministrazione pletorica. Mezze verità che vengono opposte l’una all’altra, anche per fornire facili alibi ai rispettivi torti. Alle elezioni politiche del 2008 il Pd si è affermato come il primo partito nelle aree urbane: un primato del quale andare fieri, ma che non produrrà maggioranza politica nel paese se non riuscirà a saldarsi con una parte almeno di quel mondo della produzione che vive nel fitto reticolo della provincia italiana, largamente maggioritaria sul piano demografico, come conferma, da ultimo, il censimento 2011.
Questa è la vocazione maggioritaria: andare oltre la struttura tradizionale della capacità di rappresentanza del centrosinistra, per tradurre i principi e i valori democratici di accoglienza e solidarietà, di equità fiscale, di uguaglianza davanti alla legge in proposte programmatiche che facciano incontrare, fino a saldarle in una nuova forza riformatrice, la città e il territorio, i ceti medi intellettuali e il mondo produttivo, in definitiva il lavoro e la cultura. In quello stesso servizio del Sole 24 Ore c’era una seconda cartina di Anderlini sull’Emilia-Romagna: quella che colorava di un viola via via più intenso la diffusione del voto, alle regionali del 2010, in favore delle liste del movimento di Beppe Grillo: fino a oltre l’8% nelle aree urbane, a cominciare da Bologna. «Il Pd di Veltroni», commenta Anderlini con un’analisi tanto acuta da rivelarsi profetica, «aveva attratto questa fascia di elettorato, l’aveva catturato. Soprattutto con il messaggio di un partito aperto, di formule democratiche nuove come le primarie: insomma, ha creato un’aspettativa che è rimasta delusa».
La distanza tra il partito nuovo annunciato e quello effettivamente praticato, a Roma come sul territorio, era diventata troppo grande già nella stagione di Veltroni. E tuttavia, richiudere quella forbice senza adeguare i comportamenti agli annunci, ma riducendo l’ambizione democratica e di rinnovamento del Pd, vorrebbe dire sommare alla crescente distanza dei ceti produttivi l’abbandono di una parte significativa del ceto medio urbano, con effetti catastrofici, non solo sulle ambizioni espansive, ma sulla stessa tenuta elettorale del Partito democratico. Parma docet.
(estratto da L’Italia dei democratici - Idee per un manifesto riformista, di Enrico Morando e Giorgio Tonini in uscita per Marsilio)

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