giovedì 30 agosto 2012

E qualcuno è già al dopo primarie - Stefano Menichini su Europa

Stefano Menichini
Matteo Renzi deve aggiustare due-tre cose. Alcune importanti, altre apparentemente marginali ma comunque rilevanti ai fini del suo successo. Tra le cose secondarie c’è una relazione coi media che sarà fatalmente molto intensa ma che, per essere scanzonata e simpatica, rischia di esporlo a rischi superflui. Bersani può commettere errori di messaggio che però non sono mai gaffes. Renzi deve disciplinarsi perché tra una battuta e un’altra è sempre in agguato l’incidente stupido ma dannoso.
Aspetti più corposi della campagna renziana sono ben chiari nella sua testa: deve convincere gli elettori di centrosinistra che lui non è di destra; e deve dare spessore al programma, visto che anche se nessuno le vive così (si veda il commento del professor Parisi di ieri), le primarie sarebbero in teoria la contesa fra aspiranti presidenti del consiglio. E qui il pluriministro Bersani ha un indiscutibile vantaggio di solidità.
Dopo di che, è chiaro che i fattori originari della sfida renziana rimangono la freschezza e la rottura con gli schemi e le nomenclature. Non vanno soffocati, la normalizzazione va evitata. In parallelo, saggiamente, il sindaco di Firenze s’è affidato al network dei suoi colleghi o ex colleghi (in primis Delrio e Reggi) per dotarsi di una base d’appoggio sul territorio senza la quale non si va da nessuna parte. La conseguenza è che i renziani si sentono più competitivi proprio dove non lo diresti, cioè nelle cosiddette regioni rosse.
Tra i giovani e meno giovani habitué di VeDrò – il bellissimo luogo della politica, del trasversalismo pulito e delle relazioni umane, sociali e professionali messo in piedi da Enrico Letta – la speranza è che Renzi raggiunga almeno un obiettivo. Non quello di fermare Bersani, che nessuno onestamente vede come scenario auspicabile e gestibile, bensì quello di prendere almeno un 30 per cento che faccia saltare
gli equilibri interni al Pd.
Smontare le rendite di posizione. Spalancare (per il dopo elezioni) un grande spazio di nuova lotta politica sulle posizioni (a VeDrò ovviamente maggioritarie) liberal e originariamente democratiche.
A meno che Renzi non si immagini fra sei mesi a palazzo Chigi, questo rimescolamento di carte è verosimilmente anche il suo orizzonte. Non credo che a Bersani la prospettiva dispiaccia. Ed è con questo che devono fare i conti i dirigenti nazionali del Pd che si trovano presi in mezzo.
Letta, quello più direttamente investito dal problema, troverà il modo per argomentare meglio il proprio appoggio a Bersani, in chiave di bene nazionale, non facendosi tagliar fuori dal dopo-primarie. Veltroni sbaglierebbe gravemente se cercasse di passare inosservato come sostenitore un po’ anomalo di un segretario che su tante cose (a cominciare dal governo Monti) la pensa all’opposto di lui. Vedremo come sapranno muoversi gli altri, soprattutto se Renzi sarà bravo a togliere loro il facile e fin qui giustificato argomento del gianburrasca inaffidabile e leggerino.

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