giovedì 30 agosto 2012

Il grugnito del porcellum - Gianluigi Pellegrino su Repubblica

Non chiediamo molto, ma almeno si rispetti il senso delle parole. Che senso ha chiamare “premio di maggioranza” qualcosa che non serve affatto a formare una maggioranza di governo? In ogni legge elettorale degna di questo nome con la sola eccezione della Grecia (che non dovrebbe essere un esempio per nessuno) il premio di maggioranza da un lato scatta solo al raggiungimento di una quota elevata di consensi (40-45 per cento) e dall’altro deve servire a garantire effettivamente la maggioranza dei seggi (55-60 per cento) e quindi la governabilità. Senza andare lontano è così nei nostri comuni dove il sistema ha dato ottima prova di sé assicurando governi di legislatura molto meno ballerini di quello nazionale. 
E invece l’intesa che si sente vagheggiare recherebbe un premio “di maggioranza” che però viene semplicemente assegnato al partito meglio classificato anche se per ipotesi fermato dagli elettori al solo 20 per cento. Di “maggioranza” avrebbe ben poco, essendo piuttosto un bonus di poltrone nella gara tutta proporzionale tra partiti, un aiutino, una spintarella per la successiva estenuante trattativa per la formazione dopo-voto di una maggioranza nelle due camere, rievocando così proprio i riti meno rimpianti della prima repubblica. Se poi si aggiunge il ritorno alle preferenze, ancor peggio se con circoscrizioni sterminate dove possono valere solo gli ordini di scuderia, la frittata sarebbe completa e il porcellum cambierebbe solo grugnito. C’è anche fortemente da dubitare sulla costituzionalità di un meccanismo del premio così congegnato. Non bisogna essere infatti addetti ai lavori per sapere che i sistemi elettorali si muovono tra Scilla e Cariddi di rappresentanza e governabilità. 
Alla rappresentanza risponde il criterio proporzionale che a sua volta ammette correzioni nella misura in cui sono volte a limitare la frammentazione e a garantire la governabilità. Si possono quindi fissare ragionevoli soglie di sbarramento e si può con il premio di maggioranza sottrarre seggi che in via
proporzionale spetterebbero a determinati partiti e candidati assegnandoli ad altri al fine appunto di garantire numeri tendenzialmente stabili di sostegno ad un governo di legislatura.
Ma l’equilibrio costituzionale tra i due valori rischia di infrangersi se invece vado a scippare seggi che per scelta degli elettori spetterebbero a un partito per darli ad un altro, senza che questo abbia comunque in alcun modo i numeri per sorreggere un governo. In questo modo si finisce con il manipolare la volontà del corpo elettorale, senza nessuna garanzia giustificatrice sul fronte della governabilità e della stabilità. Se ancora una volta le parole hanno un senso, il Pd dovrebbe deneo-
cisamente opporsi a un tale pastrocchio, avendo Bersani giustamente ribadito che tutto si può negoziare ma non la inderogabile necessità che i cittadini, già la sera del voto, conoscano la maggioranza uscita dalle urne.
Però, si dice, il nostro è un sistema parlamentare senza elezione diretta del vertice dell’esecutivo come invece è in comuni, province e regioni, sicché la formazione dell’appoggio a un governo appartiene alle prerogative e alle dinamiche parlamentari. Ciò è corretto solo con riguardo all’indicazione del premier che è di competenza esclusiva del capo dello Stato, come pure lo è la formazione dell’esecutivo su proposta del primo ministro incaricato, ed infine con riferimento al voto di fiducia spettante alle due camere. Ma il rilievo risulta errato con riguardo alla individuazione di maggioranza e minoranze/opposizioni in parlamento. Sul punto infatti il nostro sistema costituzionale ha conosciuto una virtuosa evoluzione applicativa nel solco della Carta.
Si dice però che le coalizioni elettorali si sono rivelate rissose e poco concludenti alla prova del governo e che pertanto è giusto riferire il premio al singolo partito e non agli apparentamenti. Sin troppo facile obiettare che il premio al quale si starebbe pensando non è comunque idoneo a dare autonomia a quel partito, pertanto dopo il voto si dovrà comunque formare una coalizione più o meno variegata, aggiungendosi il defatigante mercanteggio per formarla. Mercanteggio che fatalmente coinvolgerebbe la formazione dell’esecutivo peggiorando ulteriormente la prassi che viziosamente ha spostato sui partiti la scelta dei ministri. Allora la soluzione lineare sarebbe da ricercarsi in un combinato tra legge elettorale e modifica dei regolamenti parlamentari. 
Si tratta infatti di garantire un premio che sia effettivamente utile ad assicurare la maggioranza dei seggi ma che, per ovvie ragioni democratiche, scatti solo se è raggiunta una soglia di voti non inferiore al 40 per cento. Mentre per cercare di assicurare la successiva stabilità si dovrebbero introdurre vincoli antiribaltone e impedire la formazione di gruppi parcellizzati alla Camera o al Senato. A quel punto se nessun partito o raggruppamento si merita sul campo il premio di maggioranza resterà come è giusto il riparto proporzionale e potrà a tutto titolo parlarsi di eventuale grande coalizione. Ma solo allora e per volontà degli elettori, giammai a causa di norme pasticciate e fuorvianti.
Certo nessuna legge elettorale può rendere tondo chi ha la testa quadrata, ma se ad alimentare i vizi sono già le regole che si architettano dietro il facile scudo di superare l’orrido procellum, si parte purtroppo con il piede sbagliato.

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