giovedì 30 agosto 2012

Lo sguardo alzato - Paolo Lepri su Corriere della Sera

Angela Merkel ha detto spesso che dalla crisi uscirà «un’Europa più forte ». Nessuno la obbligava a fare questa profezia, nemmeno chi la accusa di avere «mancanza di visione». Né tantomeno quelli che sognano che la Germania si trasformi in una grande Svizzera. Ma se le cose andranno come immagina la cancelliera, è molto probabile che nel corso di questo cammino il legame tra Berlino e Roma si rafforzi. Nonostante le tensioni e le difficoltà che abbiamo attraversato e che stiamo ancora vivendo. 
I rapporti tra Italia e Germania sono destinati a uscire, presto o tardi, dalla dittatura delle parole. Che sono state troppe, recentemente. Anche per la pesante concomitanza di scenari politici aperti in entrambi i Paesi. Ma non sono gli oltranzisti a dettare la linea di una nazione, non sono le intemperanze di chi si fa strumentalmente portavoce delle preoccupazioni dell’opinione pubblica a rappresentare la verità.
Non è un caso che vari economisti tedeschi, come ad esempio Clemens Fuest, abbiano sostenuto in questi ultimi giorni che l’Italia «ce la può fare da sola». Dati alla mano. E la cancelliera ha dimostrato di crederci. Comunque vada a finire, nel percorso compiuto in questi mesi, dalla prima visita di Mario Monti in gennaio fino ai colloqui di ieri, il vocabolario è profondamente cambiato. A Berlino non si parla più di «compiti a casa», non ci si limita ad apprezzare gli sforzi compiuti.
Si rileva invece, come ha fatto ieri Angela Merkel, che le riforme italiane sono in grado di migliorare la competitività dell’Europa. Il punto è proprio questo. È stato allargato l’orizzonte. La serietà del «metodo » italiano, sia pure con tutti i suoi problemi, le resistenze da sconfiggere, i nodi ancora da sciogliere, è la base di un linguaggio comune. Trovato il linguaggio, restano i contenuti. Intanto, come ha scritto su queste colonne Sergio Romano, «senza i rischi che abbiamo corso negli ultimi mesi, non avremmo il
Patto fiscale, non avremmo cominciato a parlare di Unione fiscale, e la Banca centrale europea continuerebbe a comportarsi come se la stabilità della moneta fosse la sua sola preoccupazione ».
Poi ha fatto il resto la determinazione pragmatica di Mario Draghi nel fare capire, soprattutto ad alcuni tedeschi, che la Bce è «un’istituzione dell’Unione Europea che ha una sua responsabilità ». Noi italiani, in fondo, ci stiamo affezionando al concetto di responsabilità. Con tutti i nostri guai, il Parlamento ha approvato a larga maggioranza il Patto fiscale, il trattato sull’equilibrio di bilancio firmato a Bruxelles, e abbiamo dato un significativo apporto al varo del pacchetto europeo per la crescita.
Nel lavoro per scrivere la nuova agenda dell’Unione, che Germania e Francia vogliono ricominciare a fare insieme, possiamo temperare il rigorismo di Berlino e non farci impressionare dalle indispensabili rinunce a quote di sovranità nazionale temute da Parigi. E se l’Europa è sempre più la prospettiva, il futuro politico italiano è molto meno incerto di quello che si potrebbe pensare. I tedeschi non hanno troppo di cui preoccuparsi. Ne terranno conto.

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