mercoledì 29 agosto 2012

Primarie che non scelgono - Arturo Parisi su Europa

Arturo Parisi
«Chissà come voterà alle primarie un “irregolare” come Arturo Parisi, sempre più distante dalle scelte di Bersani» si chiede Mario Lavia su Europa mentre ragiona sulle "divisioni renziane" nel Partito democratico. Ed io gli rispondo. Di certo, come immagina Lavia, non voterei Pier Luigi Bersani. Esattamente come accadde in occasione di quella elezione diretta del segretario del Pd che potremmo chiamare “primarie” o, con ancora maggiore leggerezza, continuiamo a chiamare “congresso”, solo se specificassimo che si tratta di “primarie all’italiana” e di “congressi all’americana”. E, aggiungo, anche questa volta come allora, non voterei di certo Bersani, ma di certo con molto dispiacere. Tra i componenti della catena di comando del partito Bersani è infatti la persona verso la quale ho più stima e più simpatia. 
Quello che preferirei come compagno di tenda. E ricordandolo come collega di governo, assolutamente all’altezza dei compiti che attendono un presidente del consiglio. Non è dunque per motivi personali, che rifiuterei a Bersani il mio voto. Ma semplicemente perché non è per Bersani che Bersani chiede il voto. È il concetto politico sul quale peraltro lui stesso ha più insistito durante tutti questi anni. Non è per la sua persona che lui chiede la delega a governare, ma in nome di una impresa collettiva, in nome della “ditta” al cui si servizio si è messo. È a questa “ditta” che dovremo quindi chiedere del programma per il futuro del paese.
È a questa “ditta” che chiederemmo fra cinque anni conto degli atti compiuti. Un’idea molto lontana dalla mia idea di democrazia. Un’idea lontana dal progetto di democrazia governante, che affida ai cittadini la scelta del governo grazie alla legge elettorale maggioritaria e alla competizione bipolare da questo alimentata. Un’idea che in questi primi anni di vita del Pd si è andata allontanando sempre più dal punto nel quale ci eravamo incontrati, nelle parole e molto più nei fatti. La stessa idea che ci ha alleggerito della fatica di costruire una coalizione di governo, e viceversa impegnato al ritorno ad una
democrazia dei partiti, e, dentro questa, alla ricostruzione di un partito di identità.
Un nuovo Principe per governare il cambiamento la società, non solo uno strumento nelle mani dei cittadini per governare lo stato. Quella democrazia dei partiti che passo dietro passo ci sta riportando alla Prima repubblica, fondata sulla legge proporzionale e sul parlamento inteso come assemblea nella quale i partiti, forte ognuno della delega del suo popolo, tessono e ritessono continuamente la trama del governo.
Ma questa idea è soprattutto lontana dalle primarie, dalla idea di democrazia che le ispira, innanzitutto nella pratica che mentre le evochiamo e le annunciano proprio in questi giorni mettiamo in essere. Qual è il senso di primarie per la scelta del candidato a presidente del consiglio nel momento in cui, restaurando nella sua pienezza il potere dei partiti, rinviamo alle decisioni che sulla base del voto popolare saranno prese in parlamento? Qual è il senso di primarie per la guida della coalizione vincente, se nello stesso momento, lavoriamo per una regola che non consente a nessuno di vincere cioè a dire ai cittadini di scegliere direttamente il vincente? Che senso ha scegliere nelle primarie il nome di un capo del governo che i cittadini non potranno poi scegliere nelle secondarie? 
Forse è il momento di guardarci negli occhi e guardare tutti assieme la realtà. Arrivati dove siamo arrivati, e sapendo che ci siamo arrivati per scelta determinata e determinante, della attuale dirigenza del Pd le primarie come tutti i concetti della stagione della democrazia governante dovranno essere rivisti. I nomi e le cose. I nomi delle cose che non esistono più, e di quelle che non hanno fatto in tempo ad esistere. È il momento che chi ha lavorato per questa restaurazione trovi il coraggio di dire ai cittadini la verità, cioè a dire, di difendere la sua verità. È bene per tutti che i fatti non si allontanino troppo dalle parole. Quando questa distanza diventa eccessiva, al grido di “il re è nudo” nascono inevitabilmente tra i cittadini quelle correnti che i politici di professione chiamano populismo. Correnti destinate a travolgerli tutti e spesso assieme ad essi purtroppo anche quel tanto di democrazia che essi pur senza meriti incarnavano.
È ormai evidente che giunti a questo punto le primarie saranno al massimo solo un modo per aprire la campagna elettorale. Arrivati a dicembre, ad un mese prima dall’avvio del processo elettorale esse diventerebbero al massimo un modo per misurare all’interno di quello che si annuncia come un listone elettorale il peso delle singole componenti, delle loro attese politiche e delle pretese dei loro politici all’interno delle liste bloccate. Prima ancora di discutere “per chi” votare alle primarie è il caso di fermarsi a riflettere e chiarire “per che” votare?

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