martedì 18 settembre 2012

Antipolitica e paradossi - Nando Pagnoncelli su Europa

Nando Pagnoncelli
Qualche mese fa il ministro Andrea Riccardi, in una conversazione privata riportata dai mass media, ha affermato: «Sono schifato da certa politica». Questa frase rappresenta l’emblema di un sentimento largamente diffuso nel nostro paese. L’antipolitica negli ultimi tempi ha raggiunto livelli inediti. Lo possiamo riscontrare nelle conversazioni quotidiane, tra tutte le fasce sociali e in tutti i contesti: dai bar ai luoghi di lavoro, dalle parrocchie ai circoli culturali. In tutti i comuni del paese. Ed è proprio la trasversalità di questo sentimento, un tempo diffuso solo tra le persone più distanti dalla politica e meno acculturate, a rappresentare la novità, insieme all’intensità con cui si esprime.
Come si spiega tanto livore? Non si tratta solo di insofferenza per i privilegi dei politici: sono sempre esistiti, anche se oggi stridono con i sacrifici imposti ai cittadini dalla crisi. Lo stesso vale per la corruzione, un fenomeno purtroppo da tempo presente che ha toccato tutti i principali partiti.
Il tema della “casta” è solo la punta di un iceberg. Da tempo la politica e i partiti sono giudicati autoreferenziali, incapaci di assolvere la loro funzione, di interpretare i bisogni del paese, di proporre soluzioni, di delineare scenari futuri. L’Italia è l’unico paese in cui dal 1994 in poi tutti i governi che si sono succeduti sono risultati sconfitti alle elezioni successive, non per un trasferimento di voti della maggioranza a favore dello schieramento avversario, ma per la delusione e la disaffezione del proprio elettorato che si è rifugiato nell’astensione.
Dopo quasi vent’anni di contrapposizione tra destra e sinistra, con l’antipolitica si afferma una nuova, profonda frattura sociale: quella tra i cittadini e la politica. Una politica mai come oggi giudicata omologata (“sono tutti uguali”). Una politica distinta e distante dai cittadini, incapace di fare rinunce e di riformarsi, prigioniera di un presente iper-dilatato, incurante del futuro: una politica che ha smarrito il senso dell’interesse generale limitandosi a rispondere a interessi particolari. Esattamente come ha fatto
una larghissima parte di cittadini, guidati nelle loro scelte da utilitarismo e pragmatismo, incuranti del proprio paese. Cittadini che considerano i valori e la politica due ambiti distinti, che confondono governo e politica, l’amministrazione dell’esistente con la costruzione del futuro ispirata da principi, ideali ed etica.
Come spiegare altrimenti l’enfasi posta nelle ultime campagne elettorali sui temi della riduzione delle tasse, della criminalità, dell’immigrazione? Temi risultati vincenti perché rispondevano alle aspettative di larga parte degli elettori.
O come spiegare l’ indifferenza dell’elettorato di centrodestra alle questioni personali che hanno riguardato il presidente Berlusconi, il cui successivo calo di popolarità è dipeso più dalle difficoltà incontrate nella gestione della drammatica crisi economica che non dal clamore e dalla riprovazione suscitati dalle vicende private? Quanti elettori (e quanti cattolici) dichiaravano con convinzione «l’importante è che Berlusconi governi e realizzi quanto promesso, quello che riguarda la sua vita personale non mi interessa»? Quanti tra gli elettori che hanno partecipato alle primarie del Pd hanno votato Bersani perché giudicato “più competente”, come se fossero stati chiamati a votare per il ministro dell’Economia e non per il segretario del loro partito? Con l’esplosione dell’antipolitica assistiamo quindi al doppio paradosso di una politica che, nutrendosi di sondaggi e rincorrendo ossessivamente il consenso immediato, diventa impopolare; e di elettori fino a oggi attenti solo ai loro bisogni che accusano la politica di pensare ai propri interessi.
Ma non dobbiamo dimenticare che la politica è lo specchio di una società e l’antipolitica è una facile scorciatoia, un sentimento che deresponsabilizza il cittadino. Il governo Monti ha fatto segnare un drastico cambiamento: ha adottato in tempi brevi decisioni difficili, distinguendosi – nelle scelte e nello stile – dalla politica e dai partiti. Ed ecco il terzo paradosso: nonostante le misure impopolari adottate (prime tra tutte l’allungamento dell’età lavorativa, la riforma del lavoro, l’introduzione dell’Imu e l’aumento dell’Iva), la fiducia nel governo, ancorché in calo rispetto alle settimane immediatamente successive al suo insediamento, è nettamente superiore rispetto alla fiducia nei partiti.
Il cambio di governo dello scorso novembre 2011 sembra aver posto fine a un ciclo durato 17 anni; si è forse aperta una nuova stagione, ricca di opportunità per i cittadini e per i partiti? Per i primi si delinea la possibilità di bilanciare la rivendicazione dei propri diritti con la consapevolezza dei propri doveri, di equilibrare gli interessi individuali con quelli generali e, infine, di ripensare al proprio ruolo, non più da spettatore che si “chiama fuori” e prende le distanze da tutto e da tutti, ma da attore della vita democratica, con quanto questo cambiamento di ruolo comporta: il dovere di informarsi, di rafforzare il proprio senso critico uscendo dal “clima da stadio” che ha caratterizzato gli ultimi anni, quel clima che ha indotto gli elettori a giustificare sempre e comunque la propria parte politica e i propri leader, indipendentemente dal merito delle questioni. E il dovere di partecipare più attivamente alle vicende del proprio quartiere, del proprio comune, del proprio paese.
Per i partiti, che in questa fase “stanno in panchina” – mentre gli “ottimati”, i professori, hanno assunto l’onere di governare il paese in una fase drammatica – si apre la possibilità di rilanciare il proprio ruolo: potrebbero favorire il ricambio generazionale della classe dirigente, interpretare adeguatamente i cambiamenti sociali, rinnovare la loro proposta politica, definire nuove alleanze, cambiare linguaggio, ristabilire un nuovo contratto sociale con gli elettori, favorire il loro coinvolgimento e la loro partecipazione ai processi decisionali. Potrebbero raccogliere l’eredità del governo Monti oppure potrebbero nascere nuovi soggetti politici, oltre al Movimento 5 Stelle, in grado di dare voce e rappresentanza a quella domanda di “politica diversa” che sta emergendo.
Se i cittadini e i soggetti politici non sapranno cogliere queste opportunità potrebbe radicarsi ulteriormente l’antipolitica, il discredito nei confronti dei partiti. Ma una democrazia senza partiti non può esistere e, come disse saggiamente Winston Churchill, «la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora».

Il testo di Nando Pagnoncelli di cui anticipiamo uno stralcio sarà pubblicato su “Vita e Pensiero”, bimestrale culturale dell’Università Cattolica, in uscita domani nelle librerie delle principali città italiane.

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