venerdì 7 settembre 2012

Cara Fornero le idee non bastano - Alessandro De Nicola su Repubblica

Elsa Fornero
Il ministro del Welfare Fornero è da tempo impegnato in una battaglia, per ora mediatica, incentrata sulla necessità di ridurre i contributi previdenziali e in genere quello che viene definito come “cuneo fiscale”. Dopo un’iniziale uscita al meeting di Comunione e liberazione a Rimini, il ministro ha meglio elaborato le sue proposte nel corso di un’intervista.
Da quell’intervista è emersa l’idea di premiare le imprese che seguono alcuni comportamenti. In particolare, è stata citata la possibilità di decontribuzione per le imprese che abbiano un record positivo di utilizzo della manodopera, una certa attenzione verso il modello “tedesco” (che prevede la partecipazione dei sindacati nel consiglio di sorveglianza delle aziende medio-grandi). Inoltre, viene introdotto il concetto di riduzione del cuneo fiscale per quelle imprese che “dialogano” con i lavoratori, prendendo come parametro il bilancio sociale con un capitolo che riguarda la gestione del personale, le politiche di non discriminazione, quelle di conciliazione.
I fondi per finanziare questi incentivi dovrebbero essere reperiti restringendo la detassazione del premio di produttività, perché, nelle parole del ministro, «io sono d’accordo che il merito vada sempre riconosciuto, ma se mettiamo le risorse su questo capitolo sarà più difficile metterle sul cuneo fiscale» a favore delle famose imprese che dialogano coi lavoratori. Insomma, premiare il merito non consente di essere generosi con i socialmente responsabili.
Cosa ci dice questa intervista di Fornero? Prendendola larga, ci fa capire che il ministro è decisamente una “costruttivista”, vale a dire un politico che pensa di vedere meglio degli altri non solo quali siano i fini cui deve tendere la società e gli individui che la compongono, ma anche di essere in grado di individuare i mezzi adatti a raggiungere quei fini. In tale visione della società il contratto tra le parti, l’affidarsi alla loro libera
volontà, è una scelta residuale. In fondo, il restringimento della flessibilità in entrata del mercato del lavoro, causato dalla recente riforma della normativa, è in linea con questo atteggiamento intellettuale: più regole rigide e meno libertà contrattuale. Non è strano che sia da più parti segnalato al ministro che i contratti a termine non vengono rinnovati, che non si offrono più stage ai giovani, e che, insomma, si sta distruggendo occupazione. Attendiamo che attraverso seri studi scientifici il ministero decida se è colpa delle sue riforme o della congiuntura.
Anche le ultime idee avanzate da Fornero sono molto discutibili. Se, ad esempio, concedo gli sgravi contributivi alle imprese che hanno una più alta percentuale di donne occupate, potrei premiare la Omsa, che aveva maestranze al 95% femminili e ha chiuso baracca per andare in Serbia e non altre imprese che invece creano profitto ed opportunità di lavoro.
La presunzione fatale di questi schemi è tutta qui. Invece che premiare – o perlomeno non svantaggiare – chi crea ricchezza, opportunità, innovazione, si decide di incoraggiare le aziende ad alta intensità di manodopera invece che di capitale o quelle che si inchinano all’ingresso forzato di quote rosa (e – perché no – di ogni categoria sufficientemente forte per strappare privilegi, tipo i settentrionali al Nord, come reclamava la Lega) o hanno una bassa percentuale di «precari», il tutto a scapito dei bisogni dell’impresa.
L’imposizione attraverso incentivi fiscali della compartecipazione dei lavoratori alla gestione delle società commerciali, rischia di tramutarsi in una mascherata grazie alla quale si premia non chi dimostra di stare bene sul mercato ma magari imprese inefficienti o sovvenzionate che inseriscono qualche sindacalista nel consiglio di amministrazione.
L’allocazione inefficace delle risorse, già scarse, è palese. La tentazione di cedere a sirene elettorali, pure. Che un tale schema incentivi a barare sull’autorappresentazione di sé nel bilancio sociale è probabile e, nel paese delle frodi, non c’è bisogno di incoraggiarne altre, né di sprecare tempo e denaro in lunghi contenziosi relativi al diritto ad avere benefici.
Le cose semplici, tipo il taglio dell’1% dell’Irap o dell’Irpef, sembrano essere aborrite dalla classe politico- burocratica del paese, la quale sembra voler complicare le leggi quasi a voler mantenere un potere di mediazione e di scambio che verrebbe ridotto da riduzioni generalizzate dell’imposizione fiscale.
È stato già fatto notare al ministro che i risultati più incoraggianti li ottengono quelle aziende, multinazionali e a volte domestiche, che stipulano accordi innovativi con le rappresentanze dei lavoratori (il sindacato è utile, eccome, per negoziare tali accordi) che prevedono sistemi premiali per i più bravi, bonus legati al margine operativo, mobilità all’interno dell’azienda con possibilità di assumere mansioni diverse a seconda delle esigenze.
Milioni di imprese e di individui capiscono meglio cosa è nel loro interesse rispetto a una burocrazia ministeriale. E l’innovazione gestita in modi diversi crea una concorrenza di modelli dalla quale emergeranno i più virtuosi, perché è la competizione che genera la diffusione della conoscenza, non l’imposizione dall’alto di grida manzoniane uguali per tutti. Finora questo attivismo del ministro del Welfare non ha prodotto risultati concreti: è auspicabile che non gli arrida miglior fortuna.

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