mercoledì 5 settembre 2012

Che autogol far terra bruciata attorno a Renzi - PierLuigi Battista su Corriere della Sera

Matteo Renzi
Deve esserci qualche componente di indecifrabile autolesionismo nel coro di attacchi ad personam intonato dai dirigenti del Pd ostili alla sfida di Matteo Renzi. Quando Massimo D'Alema sostiene che Renzi è «inadatto» a governare l'Italia, trasmette il messaggio che anche Firenze sia guidata da un sindaco del Pd «inadatto» a governare, oltre che un Paese, una città.
E se Beppe Fioroni chiede le dimissioni di Renzi da sindaco di Firenze nel caso in cui volesse insistere con la candidatura a premier, dimostra che c'è un malanimo speciale nei confronti di uno sfidante trattato come uno straniero in Patria, un «nemico interno», una figura molesta da mettere all'angolo.
Quella lanciata da Renzi è una sfida vera alla leadership di Bersani e scombina le geometrie che si stanno delineando in vista delle elezioni. E ovviamente sono legittimi i toni aspri di chi viene sfidato e non condivide la politica proposta dal sindaco di Firenze. Ma un martellamento così stizzito, peraltro non assecondato dallo stesso Bersani che ne dovrebbe essere il beneficiario, ha il sapore della reazione infastidita di un ceto dirigente che si crede inamovibile ed è anche controproducente.
Sembra il ricompattamento della nomenclatura contro l'outsider e non è una buona politica se si considera il non proprio eccelso livello di popolarità che le nomenclature di partiti oggi patiscono nell'opinione pubblica. Il dato generazionale non sembra centrale in questa reazione auto difensiva. È piuttosto lo scompiglio che la figura di Renzi suscita a provocare un'ostilità emotiva così pronunciata nei D'Alema, nei Fioroni, nella Bindi e in tutta la seconda fila che oggi spara sul sindaco di Firenze dimenticando che nelle primarie per il sindaco fiorentino Renzi sfuggì alla logica della cooptazione e
degli apparati onnipotenti. Come Vendola in Puglia: solo che Vendola è il leader di un «altro» partito, mentre il partito di Renzi resta il Pd.
Dunque è la percezione di una minaccia insidiosa, lo sbandamento che provoca una figura da delegittimare prima, come è accaduto, come un presunto emissario del Nemico (il famoso incontro ad Arcore), poi da neutralizzare trattandolo come un ragazzino incapace, un carrierista senza scrupoli, un giovanotto sfrontato che non vuole adeguarsi ai riti e alle liturgie lente dei tradizionali curricula della classe politica italiana, più fondati sul criterio della fedeltà che su quello dell'intraprendenza e della spregiudicatezza. Ovviamente il ceto dirigente del Pd può accusare legittimamente Renzi di aver usato per primo un'aggressività verbale («la rottamazione») da cui ha tratto ispirazione per una difesa anch'essa eccessiva.
E anche la critica politica alle posizioni di Renzi non deve essere ingabbiata in una pastoia di buone maniere che nascondono l'essenza di un conflitto esplicito. Ma se il coro si fonda sull'ossessione dell'«incapacità» del giovane Renzi, sostenuta con sospetta unanimità dentro e fuori il Pd, da D'Alema a Vendola, da Fioroni a Casini, da Rosy Bindi allo stesso Grillo, allora la critica politica diventa l'isolamento del reprobo, la terra bruciata attorno al grande rompiscatole. E da che pulpito, poi. Forse la vecchia ed esausta nomenclatura politica può emettere verdetti sulla presunta «incapacità» altrui senza un crudele esame di autocoscienza e di autovalutazione? 
Davvero pensano che sia un argomento formidabile contro Renzi e non, invece, un insperato regalo al sindaco fiorentino il quale, attaccato dai mandarini che sentono oltraggiata la loro presunta superiorità, assume agli occhi dell'opinione pubblica un ruolo di simpatico e baldanzoso scompaginatore degli apparati, della «casta», della vecchia politica abbarbicata alle proprie rendite di posizione? Fioroni chiede a Renzi di dimettersi da sindaco di Firenze se vuole presentare la propria candidatura alla premiership. Ma l'aveva chiesto al parlamentare Fassino quando si è presentato candidato sindaco di Torino? Ovviamente no.
Allora è questa disparità di trattamento il vero problema. Perché Renzi è sentito come una minaccia, un esplosivo da disinnescare, a prescindere dai sondaggi e dalle previsioni. Un regalo più prezioso al sindaco di Firenze non si poteva immaginare.

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