martedì 18 settembre 2012

Da Firenze arriva la conferma dello “splendido isolamento” di Renzi - Giovanni Cocconi su Europa

Matteo Renzi
Anche da qui, la sua città, la sensazione è che quella di Matteo Renzi resti una corsa solitaria. La due giorni fiorentina del sindaco (da quando è partito in camper anche Firenze è una tappa, già ieri sera era a Piombino) conferma che tra i dirigenti del Pd più vicini a lui non arrivano endorsement espliciti. Renzi resta l’outsider anche dentro il suo partito e il ruolo non sembra dispiacergli. Non è il grande freddo però sia Walter Veltroni domenica sia Arturo Parisi ieri non si sono sbilanciati sul proprio voto alle primarie. Se si aggiunge la prudenza di un altro big come Giuseppe Fioroni (ma anche di due liberal come Enrico Morando e Giorgio Tonini) è ormai chiaro che l’opposizione a Bersani non ha ancora abbracciato il suo sfidante e forse non lo farà mai. Che nel partito lo splendido isolamento di Renzi è destinato a rimanere tale per un po’.
Probabilmente è un effetto calcolato dal rottamatore che sa di poter contare su un consenso crescente nel paese proprio in quanto rottamatore. Una strategia che ieri pomeriggio il sindaco ha teorizzato spiegando che «noi non demonizziamo i media, dobbiamo imporre il nostro racconto della frattura generazionale per fare molto di più». Anche l’altra sera al Parco delle Cascine che il giorno prima avevano accolto molto calorosamente Pier Luigi Bersani, Renzi è sembrato inseguire l’eredità del Lingotto (valori, citazioni, senso della rupture con la storia della sinistra) ma senza risparmiare al suo autore, Veltroni, il destino della rottamazione. Tanto che l’ex segretario del Pd ha ripagato con una serie di colpi di fioretto (rilievi, consigli “paterni”, pacche sulle spalle) che non sono sembrati esattamente un invito a votare Renzi. «Io non mi sbilancerò sulle primarie, come Prodi» ha detto Veltroni che pure aveva difeso il sindaco dalle possibili strumentalizzazioni delle parole di Berlusconi. «Non ho ancora maturato un’idea sulla proposta di
Matteo» ha detto invece ieri pomeriggio Parisi, alla presentazione fiorentina del libro di Morando e Tonini L’Italia dei democratici (Marsilio).
«Ma ha il pregio dell’antipatia e devo ammettere che il termine rottamazione, che pure non mi piace, ha bucato nell’opinione pubblica». Parisi ha anche avvertito Renzi sulla possibile inutilità della sua sfida per le primarie. «Nel Pd siamo stati capaci di fare primarie all’italiana e congressi all’americana. Caro Matteo, prima di andare in giro per le 105 città italiane fai un salto al senato dove si deciderà il tuo destino se vincerai la tua sfida».
«Per la prima volta queste sono primarie in mare aperto, non lo sono state né quelle del 2005 né quelle del 2007» ha replicato il rottamatore. Che sulle voci di possibile dietrofront di Vendola dice: «Il Pd deve fare chiarezza: trovo difficile andare al governo con qualcuno che non dà lo stesso giudizio sull’agenda Monti. Se dobbiamo andare al governo e abolire lo scalone pensionistico come ha fatto l’ex ministro Damiano è meglio non andarci».
Sarà per colpa di un carattere non facile, della sua scarsa capacità di fare squadra, o di queste strane primarie che, senza una legge elettorale chiara, somigliamo sempre più a una conta interna. Resta il fatto che dentro il partito l’entusiasmo per la sfida di Renzi non decolla. L’altra sera Veltroni ha citato la «competenza assoluta sulla Finanziaria di uno come il senatore Enrico Morando» (in parlamento dal ’94) come prova dell’assurdità di una rottamazione che, nell’idea di Renzi, non risparmia niente e nessuno. Ma il sindaco tiene il punto, consapevole della presa che un messaggio anti-Casta può avere su ampi settori dell’opinione pubblica, consapevole che «l’uomo da battere resta Bersani, è lui il favorito». La speranza di vincere è legata alla capacità di chiamare alle urne anche elettori tiepidi verso il centrosinistra, berlusconiani o meno.

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