martedì 18 settembre 2012

I dubbi sul dopo monti - Massimo Salvadori su Repubblica

Nelle file dei due maggiori partiti sono molte le voci – a partire da quelle di Alfano e di Bersani – di coloro che, superata la parentesi del governo tecnico, invocano in nome della normalità democratica «il ritorno della politica al comando ». A queste voci si affiancano le posizioni critiche di settori dell’opinione pubblica che mostrano insofferenza nei confronti dei leader stranieri europei e americani i quali – arrogandosi l’indebito diritto di esprimere aperta diffidenza nei confronti della capacità dei partiti italiani di formare dopo le elezioni del 2013 un esecutivo stabile e responsabile in materia economica e contrapponendo l’efficacia dei loro sistemi democratici alla scarsa affidabilità del nostro – tifano per “Monti anche domani”.
Giusto in via di principio ribattere che le nostre istituzioni sono democratiche al pari di quelle di chi ci guarda con preoccupazione; poi però dobbiamo andare alla concreta realtà della politica italiana e al dato di fatto che i nostri partiti stanno muovendosi in modo tale da rendere ben giustificate le perplessità verso il dopo Monti. L’Italia è parte di un’Unione (e di un mondo) in cui come mai prima ciò che fa o non fa un paese si ripercuote sugli altri, e quindi il diritto di critica appartiene a tutti. Orbene, è certo vero che la nostra è una democrazia come quella tedesca o francese o americana; sennonché quel che fa la differenza sostanziale è la qualità di funzionamento dell’una e delle altre. Da questo dobbiamo partire e trarne le conseguenze. Il governo dei tecnici è stato il risultato di un cedimento dei partiti di cui questi sono stati le uniche cause. Spetta ora ad essi dare la prova di una capacità di ripresa convincente delle nostre istituzioni, così da portare alla formazione di un governo che non segni un ritorno disastroso alle
vecchie minestre.
Gli esponenti dei partiti più forti denunciano a gran voce ogni giorno il pericolo costituito dall’onda montante dell’antipolitica, dichiarano che andare alle ormai vicine elezioni senza una nuova e buona legge elettorale equivarrebbe a una squalifica di loro stessi, ma lasciano passare giorni e settimane facendo credere di essere vicinissimi ad un accordo che però non arriva. Chi semina dunque l’antipolitica? Gli italiani sentono con sempre maggiore frequenza il Capo dello Stato ammonire che il paese ha urgente bisogno sia della riforma elettorale sia di schieramenti credibili in grado di assicurare stabilità di governo, ma nulla prende ancora sostanza: lo spettacolo che i partiti offrono è di soggetti che sembrano non sapere cosa fare di se stessi. Il Pdl è una balena spompata che non si capisce più che cosa sia, con chi voglia andare e che cosa intenda fare e fa pendere sulle nostre teste la ricandidatura grottesca del Cavaliere. Il Pd a sua volta si agita penosamente. 
Un giorno il suo segretario, rinnegato Di Pietro, dice di preferire Casini a Vendola, il giorno dopo Vendola a Casini e il giorno ancora successivo mette in dubbio che Vendola sia all’altezza dei compiti di governo. Proprio mentre dovrebbe presentarsi con una rassicurante intesa interna, con un candidato condiviso alla guida del governo, con un chiaro programma in termini di schieramento e delle cose da fare una volta al potere, ecco il Pd alla prese con la sfida lanciata a Bersani da Renzi, che dichiara in caso di sua vittoria di essere pronto a offrire a Monti la guida del paese, mentre Bersani, in palese difficoltà, dopo aver sentenziato che il tempo dei governi tecnici è scaduto, mostra disponibilità a nominare il supertecnico Monti, che il suo ipotetico alleato Vendola vede come fumo negli occhi, superministro dell’economia. 
Di più: Renzi, il quale accusa il segretario di essere ancor sempre circondato dai vecchi notabili che egli vorrebbe definitivamente pensionati, con una credibilità a dir poco dubbia, promette se sconfitto alle primarie di assicurare nondimeno pieno appoggio a un Bersani che ha una linea divergente dalla sua. E arriviamo all’Udc in fase di metamorfosi verso un grande Centro. Casini, dopo aver lasciato pensare fino a poco tempo fa alla possibilità di un accordo organico con il centrosinistra, ambisce ora – proprio mentre il suo concorrente Montezemolo lo boccia senza appello – a fare della sua nuova creatura il decisore primario del futuro politico dell’Italia sotto la leadership forte sempre di Monti. Senza dubbio, a rendere assai poco limpido l’orizzonte politico del nostro paese sono i difetti profondi dei partiti italiani. 
Ma vi è da aggiungere che, almeno quando sarà scaduto il termine per lo scioglimento delle Camere, spetterà anche all’attuale premier – il quale per parte sua, dopo aver asserito di voler andare in vacanza, da ultimo pare aprire ad un’altra possibilità – chiarire le proprie intenzioni, poiché in caso contrario a confusione si aggiungerà confusione. Bisogna che egli dia, in un senso o nell’altro, la risposta attesa dai suoi fan italiani e stranieri e da quanti invece non lo amano affatto: risposta che, se positiva, è destinata a scompaginare profondamente le carte in gioco. Chi può stupirsi, così stando le cose, che nell’Unione Europea e negli Stati Uniti vi sia un motivato allarme per il futuro politico del-l’Italia?

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