giovedì 20 settembre 2012

I punti deboli del Rottamatore - Umberto Curi su Corriere della Sera

A Matteo Renzi vanno riconosciuti alcuni meriti, che sarebbe insensato ignorare o minimizzare, magari perché sospinti da puro spirito di fazione. Fra essi, si può annoverare il coraggio di sfidare a viso aperto la dirigenza del Pd, con larghissima maggioranza ostile al giovane sindaco di Firenze, e la risolutezza e la perseveranza con le quali ha proposto all’attenzione alcuni temi di grande rilievo, fin qui solitamente emarginati dal dibattito. Ciò detto - e non è poco - la fisionomia politico-culturale del personaggio si presta a qualche considerazione che va anche al di là della scadenza contingente delle prossime primarie. Nell’ «agitare» questioni, Renzi è stato indubbiamente imbattibile. Ma non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda l’indicazione di possibili soluzioni. In particolare, ad esempio, per quanto riguarda la tematica della «rottamazione», riferita agli esponenti di lungo corso del gruppo dirigente del partito.
Non basta dire, come fa il sindaco di Firenze, come oltre vent’anni di permanenza in Parlamento rischiano di sterilizzare il potenziale innovativo dei rappresentanti eletti; né può essere sufficiente invocare un ricambio generazionale, chiedendo che venga lasciata via libera ai quarantenni. Chiunque conosca anche solo superficialmente le modalità di funzionamento interne del maggior partito della sinistra italiana sa bene quanto sarebbe urgente e indispensabile un profondo rinnovamento del gruppo dirigente. Ma, al di là della formula ad effetto della rottamazione, Renzi non spende una sola parola per spiegare in che modo, con quali procedure di sistema, si potrebbe ottenere tale rinnovamento. Mandare in pensione D’Alema e Veltroni potrebbe anche apparire salutare. Ma non si capisce sulla base di quali nuovi meccanismi di formazione e selezione si potrebbe poi evitare che ai califfati consolidatisi negli ultimi vent’anni succedano altri e non meno inamovibili califfati, costituiti da quelli che ora hanno
quarant’anni. Né è pensabile - si spera - che un partito che aspira ad essere forza di governo possa procedere al suo interno a colpi di rottamazioni successive. In secondo luogo, privilegiando esclusivamente l’appeal mediatico di alcune formule di largo consumo, a scapito di un articolato ragionamento politico, Renzi dimostra di non attribuire alcuna importanza a quello che è oggi il problema centrale del Pd (e non solo di esso), vale a dire la questione della specifica cultura politica della dirigenza del partito, oltre che di quelli che una volta si chiamavano quadri intermedi.
Probabilmente perché figlio legittimo della nuova ondata di giovani amministratori, abili coi media ma di allarmante rozzezza culturale, il sindaco di Firenze lascia intendere di concepire il conflitto politico come scontro tutto muscolare fra potentati contrapposti, piuttosto che come confronto fra prospettive teorico-politiche, come battaglia che si conduce anzitutto e soprattutto sul piano culturale. Dove le maggioranze e le minoranze si costituiscono a partire non dall’anagrafe, ma €sulla base di programmi concreti. Affiora qui un terzo elemento di grande debolezza nella autocandidatura avanzata da Renzi. Per un complesso di ragioni, sulle quali si ritornerà in un altro momento, le imminenti primarie del Pd non serviranno semplicemente a designare il candidato di questo partito, ma con tutta probabilità indicheranno il futuro presidente del Consiglio. Da quello che si sa, finora l’attuale sindaco di Firenze non ha demeritato nell’amministrazione della sua città. Ma il governo del paese, nella drammatica congiuntura in cui tuttora versa, è cosa ben diversa dallo stabilire l’estensione di una zona pedonale o il luogo adatto in cui ospitare una mostra d’arte. Dar prova di essere un buon amministratore non vuol dire aver dimostrato di avere la stoffa dello statista. Emerge qui una contraddizione di fondo nell’impostazione stessa della campagna orchestrata da Renzi. Egli ha puntato tutto sull’immagine del Gianburrasca della politica, del giovane in maniche di camicia allergico alle fumisterie dei politici di professione, capace all’occorrenza di usare un linguaggio e dei metodi sconosciuti all’ambito del politichese. Per conquistarsi la simpatia, e non solamente dei più giovani, tutto ciò può bastare. Per governare un paese ancora sull’orlo di una china pericolosa, no.

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