venerdì 21 settembre 2012

Il segretario non ci risponde - Salvatore Vassallo su Europa

Salvatore Vassallo
Alla lettera aperta pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera, che in 15 abbiamo indirizzato a Bersani, il segretario non ha risposto.
Lo ha fatto in maniera burocratica, non si sa se su mandato di qualcuno o di sua iniziativa, il capogruppo Pd in commissione affari costituzionali alla camera, con una dichiarazione che suona letteralmente così: «Il gruppo Pd è composto da circa 300 persone; i 15 non rappresentano la linea del partito, che è già stata espressa al senato e da me in questa sede».
Chiusa così l’ultima opportunità che avrebbe potuto portare a una riforma all’altezza della (motivata) sfiducia di cui soffre la politica nel nostro paese, rimangono pochissime speranze che il nebuloso negoziato ancora in corso sulla legge elettorale porti a una soluzione virtuosa. Nel frattempo, è elevato il rischio che l’attesa beckettiana giustifichi la “sofferta rinuncia” a ridurre almeno il numero dei parlamentari, dato che del superamento del bicameralismo, con l’eccezione di qualche eccentrico, non si è mai nemmeno iniziato a parlare.
In questo quadro, la proposta «costituzionalmente eretica» avanzata da Michele Ainis (su l’Espresso all’inizio di agosto e sul Corriere della Sera del 14 settembre) appare come l’unica via d’uscita alla situazione di stallo e di drammatica crisi nella quale la democrazia italiana rischia di piombare, l’unica alternativa all’abisso di delegittimazione nel quale il sistema politico sprofonderebbe se si tornasse a votare con la legge approvata nel 2005 (aggiungendo le preferenze, il disastro arriverebbe il giorno dopo le elezioni, quando si capirà quanto sono costate): che il governo eserciti il suo potere di agenda sul parlamento per abolire il Porcellum e ripristinare i collegi uninominali della legge Mattarella.
Lo strumento della decretazione d’urgenza proposto dal professor Ainis è con tutta probabilità inutilizzabile in quanto precluso, in materia elettorale, dal combinato dell’articolo 15 della legge 400 del
1988 e dall’articolo 72 della Costituzione. Ma mentre la casa della democrazia brucia dovrebbero essere gli stessi parlamentari, nella loro individuale responsabilità, a invocare una iniziativa di ultima istanza del governo. Laddove entro la fine dell’anno non sarà stato approvato un testo che risponda effettivamente alle esigenze di semplicità, chiarezza ed efficacia della scelta operata attraverso il voto dai cittadini, anche un disegno di legge ordinario del governo sarebbe sufficiente per aiutare i leader dei partiti a prendere una decisione o porli comunque di fronte alle loro responsabilità.
Quanto al merito, è senz’altro corretta l’idea di superare l’eventuale stallo con una mossa limpida: fare quanto avevano già chiesto un milione e duecentomila persone che in meno di tre settimane, nel settembre dell’anno scorso, sottoscrissero una richiesta referendaria proprio per abolire le liste bloccate e tornare ai collegi uninominali. La soluzione sarebbe ancora più nitida se si applicasse a tutti e due i rami del parlamento il sistema elettorale adottato nel 1993 per il senato della repubblica, come già proposto nel progetto di legge 4505 del 2000 a prima firma dal senatore Leopoldo Elia, eliminando quindi anche le liste bloccate che la legge Mattarella prevedeva per l’assegnazione della quota di recupero proporzionale per la camera dei deputati. Si eviterebbero così i difetti registrati tra il 1994 e il 2001 con le cosiddette liste civetta e il barocco meccanismo dello scorporo pro-quota.
Tutti i parlamentari, nessuno escluso, sarebbero eletti in collegi uninominali: il 75 per cento come vincitori della competizione di collegio, il 25 per cento perché recuperati tra i migliori perdenti a fini di un parziale bilanciamento proporzionale tra le forze politiche. Non sarebbe necessario né fissare soglie legali di sbarramento né attribuire premi. La nuova legge nascerebbe come mero ripristino di un sistema previgente rispetto a quello oggi da tutti deprecato. Una soluzione peraltro approvata a suo tempo dal parlamento “sotto dettatura del corpo elettorale”.
Il sistema adottato per il senato con la legge 4 agosto 1993 n. 276 fu infatti una mera fotografia di quanto risultò dal referendum tenuto il 18 aprile di quello stesso anno per il quale si espressero favorevolmente l’83 per cento dei votanti, pari al 60 per cento degli elettori. Con il ritorno ai collegi uninominali, nessun candidato al parlamento avrebbe il seggio assicurato ancora prima che inizino le procedure di voto. Con il ritorno al maggioritario, tutte le forze politiche, nessuna esclusa, sarebbero costrette a ripensare le loro strategie, dovendosi adattare a un sistema elettorale semplice e chiaro, comprensibile per i cittadini e capace di favorire la governabilità salvaguardando al tempo stesso il pluralismo. Il rischio è che si verifichi l’esatto contrario: che il nuovo sistema elettorale sia concepito ancora una volta in base agli interessi e alle strategie di breve periodo di questo o quel partito, risultando artificioso, confuso, inutilmente complesso, destinato a risolvere in maniera molto parziale, se non per alcuni aspetti ad aggravare, i vistosi difetti dell’attuale legge.
Alla fine dell’anno, anche la scelta, fino ad allora comprensibile, da parte del governo Monti di astenersi dall’intervenire sulla materia elettorale si trasformerebbe in una colpevole inerzia. Sarebbe meglio cominciare a far circolare la voce che il tempo utile per trovare un accordo scorre e che quello per i rinvii è finito.

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