giovedì 13 settembre 2012

Il servizio civile? Facciamolo “civico” e obbligatorio - Gianluca Reale su Europa

Marco Venturino, medico-scrittore che dirige la divisione di Anestesia dell’Istituto di oncologia di Milano, suggerisce di utilizzare come criterio di selezione dei ragazzi che vogliono entrare a medicina un periodo di volontariato in ospedale. A contatto con malati e pazienti. Un’esperienza sul campo per maturare un’attitudine. L’idea, seppure qui circoscritta alla selezione per l’accesso all’università a numero chiuso, non è peregrina. Tutt’altro. Innanzitutto perché inevitabilmente dovrebbe essere legata al merito, e poi perché è una “prova d’impegno”. E svolgerebbe una funzione anche e decisamente culturale: fare misurare i ragazzi con la realtà e la dedizione a un compito.
Un’idea che in questi anni di spending review e di bilanci degli enti pubblici ridotti all’osso, potrebbe tornare utile all’intero sistema paese. Soprattutto nell’ottica in cui dovremo sempre più adottare il kennediano “cosa puoi fare tu per il tuo paese?”. C’è infatti bisogno di una nuova idea di partecipazione, che evidentemente la politica non è stata ancora in grado di generare, ma che le ristrettezze economiche della pubblica amministrazione potrebbero imporre. L’idea di richiamare la popolazione a un impegno diretto. Una volta c’era la leva militare, che volente o nolente, costringeva i giovani maschi a prestare servizio per lo stato per un anno della loro vita. Non che il servizio militare fosse particolarmente produttivo, in verità. Sicuramente di più, dal punto di vista del beneficio collettivo, lo è il servizio civile. Che oggi però è soltanto un’opzione. Sarebbe utile che non lo fosse. Che diventasse anzi un servizio obbligatorio.
Potremmo chiamarlo “servizio civico”. Un anno, o sei mesi, in cui i giovani italiani, maschi e femmine, vengono cooptati dagli enti del proprio territorio per svolgere mansioni utili alla collettività locale, ognuno in base a quelle che sono necessità e attitudini. Per esempio, ausiliari del traffico, giardinieri,
aiuto all’assistenza sociale, controllori, assistenti negli uffici pubblici, pulizie di edifici e strade. Piccoli ruoli operativi sul campo di cui sempre più le amministrazioni locali hanno bisogno, oggi che i dipendenti vanno in pensione e non vengono rimpiazzati.
Una mission impossible? Non è detto. Perché il beneficio di una “rivoluzione” di questo tipo è duplice. Va da sé che, se bene organizzate, queste forze di supporto permetterebbero di gestire molto meglio città e territori comunali. Ma il vantaggio primario sarebbe culturale e sociale. Una formazione civica fatta sul campo vale innumerevoli volte quanto scritto nei libri di scuola, che sembrano propinare concetti per lo più astratti se non si vive in un contesto socio familiare che li mette in pratica. L’impegno concreto al servizio della propria collettività potrebbe redimere i bulli e sensibilizzare gli strafottenti. Insegnare che una comunità è fatta dal reciproco rispetto delle regole. Un apprendimento che soprattutto al Sud è quanto mai necessario e formativo. E che col tempo formerà i nuovi italiani, più inclini al bene comune e alla cosa pubblica.
E i costi? Obietterà qualcuno. Potrebbero essere contenuti, se il servizio civico venisse organizzato su scala comunale, con ognuno “chiamato” nel proprio comune di residenza o di domicilio. Basterebbe uno sforzo organizzativo. Ma il paese potrebbe trarne un grande vantaggio. Nell’immediato e nel futuro. Un servizio civico del genere sarebbe anche un investimento sugli anni a venire e sulle nuove generazioni. A maggior ragione se accompagnato da criteri di merito (punteggio finale) con l’assegnazione di crediti spendibili in carriere scolastiche e universitarie, nei concorsi pubblici (quando ci sono). Ma, probabilmente, anche nei curricula lavorativi. Perché chi ha svolto bene il proprio impegno civico non può che essere guardato con maggior favore da un’azienda che vuole assumere.
Massimo D’Azeglio è ancora attuale: «Abbiamo fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani». Il percorso è tutt’altro che finito.

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