venerdì 7 settembre 2012

La speranza siete voi - discorso di Obama su Europa

Michelle, ti amo. L’altra notte, penso, l’intero paese ha visto quanto io sia fortunato. Malia e Sasha, mi rendete così orgoglioso… ma non fatevi venire strane idee, domattina a scuola. Joe Biden, grazie per essere il miglior vice presidente che potevo avere, e un grande amico.
Signora presidente, delegati, accetto la vostra nomination a presidente degli Stati Uniti.
La prima volta che ho parlato a questa convention, nel 2004, ero un uomo più giovane; un candidato dell’Illinois per il Senato che parlò di speranza. Una speranza davanti alle difficoltà e non un cieco ottimismo o un’illusione. Una speranza di fronte all’incertezza; quell’ostinata fede nel futuro che ha spinto in avanti questa nazione, anche quando gli imprevisti sono grandi e anche quando la strada è lunga.
Otto anni dopo, quella speranza è stata messa alla prova dal costo della guerra, da una delle peggiori crisi economiche nella storia e da un ingorgo politico davanti al quale ci chiediamo se sia ancora possibile affrontare le sfide del nostro tempo.
So che le campagne possono essere piccole, piccole e stupide. Le cose triviali diventano grandi distrazioni. I grandi discorsi diventano frasette per il telegiornale. La verità viene bruciata da una valanga di soldi e di pubblicità.
Ma quando tutto volge verso la tristezza, voi, con in mano la scheda per il voto, affronterete la più importante scelta che possiate compiere per un'intera generazione. Nei prossimi anni a Washington verranno prese grandi decisioni su lavoro ed economia, tasse e bilancio, energia ed educazione, guerra e pace. Sono decisioni, queste, che avranno nei decenni che verranno un forte impatto sulle vostre vite e su quelle dei
vostri figli. Su ogni istanza, la scelta che fronteggiate non è tra due candidati o due partiti. È tra due sentieri diversi per l’America. È una scelta tra quelle che, fondamentalmente, sono due visioni diverse del futuro. La nostra è una battaglia per recuperare i valori che hanno portato all’affermazione della classe media più ampia e dell’economia più forte che il mondo abbia mai conosciuto; i valori che mio nonno ha difeso come soldato nell’armata di Patton e quelli che hanno portato mia nonna, mentre lui era fuori, a lavorare in una linea di assemblaggio di un bombardiere.
Loro sapevano che erano parte di un qualcosa di più grande: una nazione che ha trionfato sul fascismo e sulla depressione; una nazione dove il business più innovativo si è trasformato nei migliori prodotti al mondo e dove, dagli uffici all’officina, ognuno ne ha condiviso il successo e l’orgoglio. Ai miei nonni è stata data la chance di andare al college, di costruire la loro prima casa e di firmare quindi il patto che sta nel cuore della storia dell’America: la promessa che il duro lavoro ricompenserà; che la responsabilità verrà ripagata; che ognuno abbia la sua opportunità e la sua giusta parte e che ognuno giochi sulla base delle stesse regole, dalla Main Street a Wall Street a Washington.
Ho corso per la presidenza perché ho visto che questo patto stava scivolando via. Ho iniziato la mia carriera aiutando i lavoratori di una fabbrica d’acciaio sulla via della chiusura, in un periodo in cui troppi buoni lavori si stavano spostando oltre oceano. E nel 2008 abbiamo visto che per quasi un decennio le famiglie hanno lottato contro costi crescenti, con salari che invece non aumentavano; hanno accumulato debiti per la casa o per l’istruzione; per mettere il carburante nell’auto o il cibo sulla tavola. E quando il castello di carte è crollato con la Grande Recessione, milioni di innocenti americani hanno perso il lavoro, la casa e i risparmi di una vita. Una tragedia che ci costringe ancora oggi di lottare per la ripresa.
Ora, i nostri amici repubblicani a Tampa sono stati più che felici di parlare di tutte quelle cose che a loro avviso vanno male in America, ma non hanno detto granché a proposito di come saprebbero farle andare bene. Loro vogliono i vostri voti, ma non vogliono spiegarvi il loro piano. Questo perché quello che vogliono offrirvi è la solita ricetta degli ultimi trent’anni: «C’è surplus? Prova a tagliare le tasse». «Il deficit è troppo alto? Prova ancora». «Sta arrivando un raffreddore? Prova due tax cut, elimina qualche regola e chiamaci la mattina!».
Ora, io ho tagliato le tasse a chi ne aveva bisogno, vale a dire alle famiglie della classe media e alle piccole aziende. Ma non credo che un’altra tornata di tagli delle tasse a favore dei miliardari porti lavoro sulle nostre coste o ripaghi il nostro debito. Non credo che licenziare gli insegnanti o togliere aiuti finanziari agli studenti faccia crescere l’economia o ci aiuti a competere con gli scienziati e gli ingegneri che vengono dalla Cina. Dopo tutto quello che abbiamo passato, non credo che eliminare le regole su Wall Street favorisca l’espansione della piccola imprenditoria femminile o permetta al lavoratore licenziato del settore delle costruzioni di tenere la sua casa. Ci siamo stati dentro, abbiamo provato tutto questo e non stiamo tornando indietro. Ci stiamo muovendo in avanti.
Non pretenderò, né mai l’ho fatto, che la strada che vi propongo sia rapida o facile. Non mi avete eletto affinché vi dica quello che volete sentire. Mi avete eletto perché vi dica la verità. E la verità è che ci vorrà qualche anno prima di risolvere i problemi che si sono creati nel corso di questi decenni. Ci sarà bisogno di uno sforzo comune, di responsabilità condivisa e di quell’audace e persistente sperimentare che Franklin Delano Roosevelt portò avanti durante l’unica crisi peggiore di questa. Nonostante questo, chi tra noi tiene alla sua eredità dovrebbe ricordare che non tutti i problemi possono essere risolti con un altro intervento del governo o con i dittami di Washington.
Sappi questo, America: i nostri problemi possono trovare una soluzione. Le nostre sfide possono essere vinte. Il sentiero che noi offriamo può forse essere più arduo, ma conduce a un posto migliore. Vi chiedo di scegliere il futuro. Vi chiedo di raccogliervi intorno a degli obiettivi per il paese: risultati nella manifattura, nell’energia, nell’educazione, nella sicurezza nazionale e nel bilancio; un progetto concreto e realizzabile che produca posti di lavoro, più opportunità e che ricostruisca l’economia su fondamenta più solide. Questo è ciò che possiamo fare nei prossimi quattro anni e questo è il motivo per cui correrò una seconda volta per la carica di presidente degli Stati Uniti.
Possiamo scegliere un futuro che ci vedrà esportare più prodotti e delocalizzare meno lavoro. Dopo un decennio caratterizzato da quello che abbiamo comprato e preso in prestito, stiamo tornando ai valori basilari e a quello che l’America ha sempre fatto: produrre nuovamente cose.
Ho incontrato, a Detroit e Toledo, operai che temevano che l’America non avrebbe più prodotto una sola auto. Ma abbiamo ridato linfa a un’industria dell’auto morente, che è tornata al vertice mondiale.
Ho lavorato con imprenditori che stanno riportando lavoro in America, non perché i nostri lavoratori sono pagati di meno, ma perché realizzano prodotti migliori. Perché lavoriamo più duramente e meglio di tutti gli altri.
Ho siglato trattati commerciali che stanno aiutando le nostre compagnie a vendere più beni a nuovi milioni di clienti. Beni sui quali ci sono impresse tre orgogliose parole: Made in America.
Dopo decenni di declino, questo paese, negli ultimi due anni e mezzo, ha creato più di mezzo milione di lavori nel settore manifatturiero. Adesso avete una scelta: possiamo varare nuove riduzioni fiscali a favore delle aziende che portano il lavoro oltre oceano o possiamo sostenere quelle che aprono nuovi impianti e creano nuovi lavori e manodopera specializzata qui, negli Stati Uniti d’America. Possiamo aiutare le grandi fabbriche e le piccole aziende a raddoppiare il loro export e se scegliamo questa strada possiamo creare un milione di nuovi posti di lavoro nella manifattura, nei prossimi quattro anni. Voi potete far sì che questo si realizzi. Voi potete scegliere questo futuro.
Potete scegliere la strada che ci vedrà controllare una quota maggiore della nostra energia. Dopo trent’anni di inazione, abbiamo innalzato la qualità dei carburanti, così che le auto e gli autotreni, con un gallone, potranno percorrere il doppio della strada. Abbiamo raddoppiato il nostro uso di energia rinnovabile e migliaia di americani lavorano, oggi, nella costruzione di turbine eoliche o di batteria a lunga durata. Solamente nell’ultimo anno abbiamo tagliato le importazioni di greggio di un milione di barili al giorno, più di quanto abbia fatto ogni amministrazione nella storia recente. E oggi gli Stati Uniti d’America, per la prima volta in vent’anni, sono meno dipendenti dal petrolio straniero.
Ora avete una scelta, tra una strategia contraria al progresso e una che invece lo costruisce. Abbiamo aperto milioni di nuovi campi per l’esplorazione di petrolio e gas, e ne apriremo di altri. Ma a differenza del mio rivale, non permetterò alle compagnie petrolifere di scrivere il piano energetico di questo paese o di mettere a rischio le nostre coste o di ottenere altri quattro miliardi, in aiuti governativi, dai nostri contribuenti.
Noi vi stiamo proponendo una strada migliore, un futuro dove continueremo a investire in energia eolica e solare e in carbone pulito; dove le nostre auto e i nostri camion saranno alimentate da nuovi bio-carburanti, messi a punto da scienziati e agricoltori; dove i lavoratori del comparto edile costruiranno case e fabbriche che sprecheranno meno energia; dove ricorreremo per cento anni alle forniture di gas che stanno proprio sotto i nostri piedi; dove taglieremo entro il 2020 la metà delle nostre importazioni di petrolio, creando 600mila posti di lavoro nel solo settore del gas naturale. E sì, il mio programma continuerà a tagliare l’inquinamento dovuto al carbone che sta surriscaldando il nostro pianeta. Perché i cambiamenti climatici non sono un imbroglio. Più siccità, più inondazioni e più incendi non sono uno scherzo. Sono una minaccia per il futuro dei nostri figli. E a queste elezioni, voi potete far qualcosa in questo senso.
Potete scegliere tra un futuro dove più americani avranno la possibilità di acquisire le abilità di cui hanno bisogno per competere, a prescindere dalla loro età o da quanti soldi hanno. È l’educazione, a mio avviso, la porta d’accesso alle opportunità. Lo è stata per Michelle. E, adesso più che mai, lo è per accedere alla classe media.
Per la prima volta in una generazione, quasi tutti gli stati hanno risposto positivamente alla nostra richiesta di innalzare gli standard dell’insegnamento e dell’apprendimento. Alcune delle peggiori scuole del paese hanno compiuto progressi concreti in discipline quali la matematica e la lettura. Milioni di studenti pagano meno tasse per i college, oggi, perché siamo finalmente intervenuti in un sistema che bruciava, tramite le banche e i prestiti, miliardi di dollari dei contribuenti.
E ora avete una scelta: possiamo smantellare l’educazione o decidere che negli Stati Uniti d’America nessuna ragazza debba avere i suoi sogni preclusi a causa di una classe sovraffollata oppure di una scuola fatiscente. Nessuna famiglia, solo perché non ha risorse economiche, dovrebbe rinunciare a sperare in una lettera d’accettazione al college. Nessuna azienda dev’essere costretta a cercare lavoratori in Cina perché non riesce a trovare, qui a casa nostra, quelli con le giuste competenze.
Il governo ha un ruolo, in questo. Ma gli insegnanti devono ispirare, i presidi devono guidare, i genitori devono stimolare la sete d’apprendimento e voi, ragazzi, dovete fare il vostro lavoro. Insieme, vi prometto, possiamo battere in termini di educazione e competizione qualsiasi paese sulla terra. Aiutatemi a trovare 100mila insegnanti di matematica e scienze nei prossimi dieci anni e a migliorare gli asili. Aiutatami a dare a due milioni di lavoratori la possibilità di apprendere, nelle scuole, una specializzazione che permetterà loro di trovare direttamente un lavoro. Aiutateci a far sì che i costi dei college e delle università vengano ridotti della metà nei prossimi dieci anni. Possiamo raggiungere insieme quest’obiettivo. Voi potete scegliere il futuro dell’America.
In un mondo di nuove minacce e nuove sfide, potete scegliere una leadership che è stata messa già alla prova. Quattro anni fa vi feci la promessa che avremmo chiuso la guerra in Iraq. L’abbiamo mantenuta. Vi promisi che avremmo calibrato l’attenzione sui terroristi che davvero ci hanno attaccato l’11 settembre. L’abbiamo fatto. Abbiamo blandito il momentum dei talebani in Afghanistan e nel 2014 la nostra guerra più lunga sarà finita. Una nuova torre svetterà sopra lo skyline di New York, al Qaeda è sulla via della sconfitta e Osama bin Laden è morto.
Stanotte noi rendiamo omaggio quegli americani che ancora servono in contesti di guerra. Siamo per sempre debitori a una generazione i cui sacrifici hanno reso più sicuro e rispettato questo paese. Non vi dimenticheremo mai. E, finché sarò comandante in capo, sosterremo il più forte esercito che il mondo abbia mai avuto. Quando toglierete l’uniforme, vi serviremo così come voi avete servito noi, perché nessuno, tra chi ha combattuto per questo paese, dovrebbe lottare per avere un lavoro, un tetto sulla propria testa o l’assistenza di cui si ha bisogno quando si torna a casa.
Nel mondo abbiamo consolidato le vecchie alleanze e forgiato nuove coalizioni per fermare la proliferazione di armi nucleari. Abbiamo riaffermato la nostra forza nel Pacifico e resistito alla Cina in nome dei nostri lavoratori. Dalla Birmania alla Libia al Sud Sudan, abbiamo fatto progredire i diritti e la dignità di tutti gli esseri umani: uomini e donne, cristiani, musulmani ed ebrei.
Per quanti progressi abbiamo fatto, però, le sfide restano. Ci sono trame terroristiche da sventare. Una crisi europea da contenere. Il nostro impegno per la sicurezza di Israele non deve venire a mancare, così come la ricerca della pace. Il governo iraniano deve trovarsi davanti un mondo unito contro le sue ambizioni nucleari. Lo storico cambiamento che sta attraversando il mondo arabo dovrà essere segnato non dal pugno d'acciaio di un dittatore, né dall'odio degli estremisti, ma dalle speranze e dalle aspirazioni della gente comune, che aspira a quegli stessi diritti che oggi stiamo celebrando.
Ecco perché oggi ci troviamo davanti a una scelta. Il mio avversario e il suo compagno di corsa sono... nuovi alla politica estera, ma da tutto ciò che abbiamo visto e sentito, vorrebbero riportarci a un'epoca di cieca aggressività che all'America è costata molto cara.
Non chiameresti mai la Russia - non al Qaeda - il nostro nemico numero uno, se non fossi ancora fermo alla Guerra Fredda. Mi sa che non sei pronto alla diplomazia con Pechino, se non riesci a presenziare alle Olimpiadi senza insultare il nostro più stretto alleato. Il mio avversario ha definito "tragico" il metter fine alla guerra in Iraq, ma non ci dice come porrà fine alla guerra in Afghanistan. Io invece sì, lo farò. E mentre il mio avversario vorrebbe spendere in equipaggiamento militare più di quanto i nostri stessi alti ufficiali vorrebbero, io adopererò i soldi che non stiamo più usando per la guerra per ripagare il nostro debito e rimettere più gente al lavoro - alla ricostruzione di strade, ponti e scuole. Dopo due guerre che ci sono costate migliaia di vite e oltre un trilione di dollari, è tempo di farcelo a casa nostra, un po' di nation-building.
Si può scegliere un futuro in cui ridurre il deficit senza distruggere la nostra middle class. Analisi indipendenti dimostrano che il mio piano ridurrebbe i nostri debiti di 4 bilioni. L'estate scorsa ho lavorato coi repubblicani al Congresso per tagliare un bilione di spese - perché chi di noi ritiene che il governo possa rappresentare una forza per il bene deve lavorare più degli altri per riformarlo, rendendolo più agile, efficiente e pronto a rispondere alle necessità degli americani.
È mia intenzione riformare il sistema fiscale affinché sia semplice, equo, e chieda a chi più ha di pagare tasse più alte su introiti superiori ai 250 mila dollari - cioè come quando Bill Clinton era presidente; cioè come quando la nostra economia creava quasi 23 milioni di nuovi posti di lavoro, il più grande surplus della storia, e in più parecchi milionari. Ora, sono ancora pronto a raggiungere un accordo basato sui principi della mia commissione bipartisan per il debito. Nessun partito ha il monopolio sulla saggezza. Nessuna democrazia funziona senza compromessi. Ma quando il governatore Romney e i suoi alleati al Congresso ci dicono che possiamo ridurre il deficit spendendo bilioni in nuovi tagli alle tasse per i benestanti - beh, basterebbe un po' dell'aritmetica di cui ha parlato Clinton. Mi rifiuto di assecondare quel piano. E finché sarò presidente, non lo farò mai.
Mi rifiuto di chiedere alle famiglie della middle class di rinunciare alle loro deduzioni sulla casa o sui figli, solo per compensare la riduzione fiscale su un altro milionario. Mi rifiuto di chiedere agli studenti di pagare di più per il college; o chiudere le porte del programma Head Start ai bambini, o cancellare l'assicurazione sulla salute per i milioni di americani che sono poveri, vecchi o disabili... E tutto perché chi ha di più paghi di meno.
E non trasformerò il Medicare in un voucher: nessun americano dovrebbe mai trovarsi a trascorrere gli anni della vecchiaia alla mercè delle compagnie assicurative. Dovrebbero andare in pensione con la cura e la dignità che si sono guadagnati. Sì, riformeremo e rinforzeremo il Medicare per il lungo periodo, ma lo faremo riducendo il costo della sanità - non chiedendo agli anziani di pagare migliaia di dollari in più. E manterremo la promessa di una sicurezza sociale intraprendendo responsabilmente i passi necessari a rinforzarlo. Non trasformandolo in una Wall Street.
Questa è la scelta che ci troviamo davanti. È in questo che si concretizza la scelta elettorale. Più e più volte ci siamo sentiti dire dai nostri avversari che tagli alle tasse più grandi e meno regole sono l'unica strada; che siccome il governo non può far niente, non dovrebbe fare quasi niente. Se non puoi permetterti l'assicurazione sulla salute, spera di non ammalarti. Se un'azienda immette nell'aria sostanze tossiche respirate dai tuoi figli, beh, è il prezzo del progresso. Se non puoi permetterti di aprire una tua attività o andare al college, ascolta il consiglio del mio avversario, e "prendi in prestito i soldi da tuoi genitori".
Sapete, noi non siamo questo. Non è questo il nostro paese. Come americani, riteniamo che il nostro Creatore ci abbia attribuito certi diritti inalienabili - diritti che nessun uomo o governo può portarci via. Insistiamo sulla responsabilità e celebriamo l'iniziativa individuale. Nessuno ha diritto al successo a priori. Dobbiamo guadagnarcelo. Onoriamo chi si sforza, chi sogna, chi si assume dei rischi: cioè coloro che sono sempre stati la forza motrice del nostro sistema di libera impresa - il più grande motore di crescita e prosperità che il mondo abbia mai conosciuto.
Ma crediamo anche in qualcosa che si chiama cittadinanza - una parola che sta al cuore di ciò che ci ha fondato, l'essenza della nostra democrazia; l'idea che questo paese funzioni solo quando accettiamo certi obblighi reciproci, e verso le generazioni future.
Noi crediamo che quando un top manager paga i suoi operai abbastanza per comprarsi le macchine che costruiscono, tutta l'azienda ci guadagna.
Noi crediamo che quando una famiglia non viene più convinta con l'inganno a firmare un mutuo che non si può permettere, non è solo la famiglia a essere protetta, ma anche il valore delle case della gente, e l'intera economia.
Noi crediamo che un bambina a cui venga offerta una via di fuga dalla povertà da un buon insegnante, o una borsa di studio per il college potrebbe diventare il prossimo Steve Jobs, o lo scienziato che curerà il cancro, o il presidente degli Stati Uniti - e noi abbiamo il potere di darle quella chance.
Sappiamo che le nostre chiese e associazioni di beneficenza fanno la differenza più di un programma per la povertà da solo. Non vogliamo dare mance a gente che non vuole aiutarsi da sola, come non vogliamo bailout per banche che infrangono le regole. Non riteniamo che il governi possa risolvere tutti i nostri problemi. Ma non pensiamo che il governo sia la fonte di tutti i problemi - come non lo è chi usufruisce del welfare, o le aziende, o i sindacati, o gli immigrati, o gli omosessuali, o qualunque altro gruppo che ci viene indicato come causa dei nostri problemi.
Perché ci è chiaro che questa democrazia ci appartiene.
Noi, il Popolo, riconosciamo le nostre responsabilità così come i nostri diritti; sappiamo che i nostri destini sono interlacciati; che una libertà che chiede solo benefici, una libertà senza dedizione agi altri, una libertà senza amore, carità, senso del dovere o patriottismo, non è degna dei nostri ideali fondanti, e di coloro che morirono per essi.
Come cittadini, comprendiamo che l'America non è ciò che può esser fatto per noi. È ciò che noi possiamo fare, insieme, attraverso il duro e frustrante quanto necessario lavoro di auto-governo.
Per cui vedete, le elezioni di quattro anni fa non riguardavano me. Ma voi. Miei concittadini - voi siete stati il cambiamento.
Voi siere la ragione per cui una ragazzina con problemi di cuore a Phoenix riceverà l'operazione di cui ha bisogno, perché una compagnia assicurativa non avrà il diritto di limitare la sua copertura. Siete voi ad averlo fatto.
Siete voi la ragione per cui un giovane del Colorado che non avrebbe mai pensato di potersi permettere il sogno di una laurea in medicina sta per averne l'occasione. Voi l'avete reso possibile. Siete voi la ragione per chi un giovane immigrato che è cresciuto qui, è andato a scuola qui e ha giurato fedeltà alla nostra bandiera non verrà deportato dall'unico paese che abbia mai chiamato casa; la ragione per cui soldati altruisti non verranno allontanati dall'esercito per ciò che sono o per coloro che amano; la ragione per cui migliaia di famiglie sono finalmente in grado di dire ai propri cari che ci hanno servito con tanto coraggio: "Bentornati a casa". Siete stati voi. Siete stati voi. Siete stati voi.
Se voltate le spalle adesso - se cadete nel cinismo di credere che il cambiamento per cui abbiamo lottato non è possibile... Beh, il cambiamento non ci sarà. Se rinunciate all'idea che la vostra voce possa fare una differenza, allora altre voci riempiranno quel vuoto: lobbisti e interessi particolari; la gente con gli assegni da dieci milioni che sta cercando di comprarsi queste elezioni, e quelli che vi renderanno più difficile votare; i politici di Washington che vogliono decidere chi potete sposare, o controllare le scelte sanitarie che le donne dovrebbero fare per conto proprio.
Solo voi potete fare in modo che questo non accada. Solo voi avete il potere di farci andare più avanti. Non posso non riconoscere che I tempi sono cambiati, dalla prima volta che ho parlato a questa convention. I tempi sono cambiati, e sono cambiato anch'io. Non sono più un semplice candidato. Sono il presidente. So cosa vuol dire spedire dei giovani americani alla guerra, perché ho tenuto tra le mie braccia le madri e I padri di quelli che non sono tornati. Ho condiviso il dolore delle famiglie che hanno perso le loro case, e la frustrazione dei lavoratori che hanno perso il loro lavoro. Se I critici hanno ragione a dire che prendo le mie decisioni solo in base ai sondaggi, allora vuol dire che non sono molto bravo a leggere. E mentre sono orgoglioso di ciò che abbiamo fatto insieme, sono molto più consapevole delle mie mancanze, e so perfettamente quello che voleva intendeva Lincoln quando disse: «Molte volte sono stato messo in ginocchio dalla pesante consapevolezza di non avere nessun altro posto dove andare».
Ma stando qui davanti a voi stanotte, non ho mai avuto così tanta speranza per l'America. Non perché credo di possedere tutte le risposte. Non perché sono naïf rispetto alla dimensione delle sfide che abbiamo di fronte. Ho speranza grazie a voi.
La ragazza che ho incontrato a un fiera delle scienze che ha vinto un premio nazionale per le sue ricerche in biologia mentre viveva con la sua famiglia in un ricovero per senzatetto – lei mi dà speranza.
Il metalmeccanico che ha vinto la lotteria dopo che la sua fabbrica aveva quasi chiuso, ma ha continuato ad andare al lavoro ogni giorno, e ha comprato bandiere per tutta la sua città e una delle macchina che aveva costruito, per sorprendere sua moglie – lui mi dà speranza.
L'impresa di famiglia a Warroad, Minnesota che non ha lasciato per strada nessuno dei suoi quattromila impiegati durante questa recessione, anche quando i suoi competitor chiudevano decine di fabbriche, anche quando questo significava per il proprietario rinunciare ai profitti e alla paga – perché hanno capito che la loro più grande risorsa era la comunità e i lavoratori che hanno aiutato quell'impresa – loro mi danno speranza.
E mi viene in mente il giovane marinaio che ho incontrato all'ospedale Walter Reed, quando ancora si stava riprendendo dall'esplosione di una granata che avrebbe portato all'amputazione di una gamba sopra il ginocchio. Sei mesi fa, l'ho visto entrare a una cena della Casa Bianca in onore di quelli che hanno servito in Iraq, alto e con cinque chili in più, smagliante nella sua uniforme, con un gran sorriso sulla faccia, saldo sulla sua nuova gamba. E mi ricordo quando qualche mese più tardi l'ho visto andare in bicicletta, che faceva a gara con altri commilitoni feriti in un frizzante giorno di primavera, pronto a dare l'esempio ad altri eroi che hanno appena intrapreso il suo stesso difficile cammino. Lui mi dà speranza.
Non so a che partito appartengano questi uomini e queste donne, non so se mi voteranno. Ma so che è il loro spirito che ci definisce. Mi ricordano, nelle parole della Scrittura, che il nostro è un «futuro pieno di speranza». E se anche voi condividete questa fede – se condividete questa speranza – stanotte io chiedo il vostro voto.
E se rifiutate l'idea che le promesse di questa nazione siano riservate a pochi, dovete far sentire la vostra voce in questa elezione. Se rifiutate l'idea che il governo sia per sempre nelle mani di chi spende di più, dovete alzarvi in piedi per questo voto.
Se credete che nuove industrie e fabbriche possano costellare il nostro paesaggio; che un'energia nuova possa accendere il nostro futuro; che nuove scuole possano essere l'impalcatura di questa nazione di sognatori; se credete in un paese in cui ognuno ha la sua possibilità, e ognuno fa la sua parte, e ognuno gioca con le stesse regole, allora a Novembre dovete andare a votare.
America, non ti ho mai detto che questo viaggio sarebbe stato facile, e non te lo prometterò oggi. Sì, il nostro sentiero è più difficile – ma porta a un posto migliore. Sì, la nostra strada è più lunga – ma la percorriamo insieme. Non ci voltiamo. Non lasciamo indietro nessuno. Ci diamo una mano a vicenda. Troviamo la forza nelle nostre vittorie e impariamo dai nostri sbagli, ma teniamo gli occhi fissi su quell'orizzonte lontano, sapendo che la Provvidenza è con noi, e che è una benedizione essere cittadini della più grande nazione sulla Terra.
Grazie, che Dio vi benedica, e che Dio benedica questi Stati Uniti.

(traduzione di Lorenzo Biondi, Stefano Pitrelli e Matteo Tacconi)
Barack Obama

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