mercoledì 12 settembre 2012

Lavoro, le ragioni di una riforma - Elsa Fornero su Repubblica

Elsa Fornero
Caro direttore, 
il commento di Alessandro De Nicola (Repubblica,7 settembre) mi offre l’occasione di proporre a lui e ai lettori del suo giornale alcune riflessioni.
Riflessioni che sono da intendere come risposta alle critiche per “l’eccesso di rigidità” che le norme di riordino dei rapporti di lavoro (contratti a tempo determinato, collaborazioni a progetto, partite Iva) della recente riforma avrebbero creato. La stessa riforma è peraltro accusata, da altri critici, di eccedere in “flessibilizzazione”, ritenendo, questi altri critici, che la legge avrebbe dovuto intervenire in misura assai più incisiva, con la drastica riduzione delle tipologie contrattuali, a tutto favore del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
La controversia è emblematica di ciò che il governo ha cercato di conseguire: un buon equilibrio tra gli interessi contrapposti delle parti, nella consapevolezza che la flessibilità è un valore per le imprese se e in quanto aumenta la produttività del lavoro, ma diventa un problema sociale rilevante quando si trasforma in precariato per vasti segmenti della popolazione, come i giovani e le donne.
De Nicola sembra propugnare un mercato del lavoro esente da regole inderogabili. Peraltro, il mercato del lavoro è generalmente disciplinato da ordinamenti che pongono restrizioni all’autonomia negoziale dei singoli anche in sistemi economici molto più aperti alla concorrenza e all’iniziativa individuale, come Stati Uniti, Australia o Nuova Zelanda. E lo stesso pensiero liberista, al quale immagino De Nicola si ispiri, conosce, da un lato, le distorsioni che determinano malfunzionamenti del libero mercato e, dall’altro, il ruolo di valori etici e di convincimenti sociali profondi che motivano l’allontanamento dal modello del mercato perfetto, esistente peraltro soltanto nei libri di testo. 
Si tratta sì di “imperfezioni” ma anche del riconoscimento della maggiore debolezza del lavoratore nei
rapporti con il datore di lavoro e della conseguente necessità di tutelarne gli interessi, al fine di riequilibrare la posizione tra le parti e di favorire produttività e competitività delle imprese attraverso un miglioramento della qualità dei rapporti di lavoro. Mentre ancora subiamo le conseguenze nefaste della crisi finanziaria e dell’insufficienza delle regole chiamate a presidiare il funzionamento dei mercati, sarebbe davvero paradossale pensare di percorrere la strada della liberalizzazione spinta proprio nel mercato del lavoro, ben più degli altri esposto a distorsioni e disparità nelle posizioni dei contraenti.
Un esempio: la situazione di svantaggio delle donne nel mondo del lavoro non può non essere riconducibile a distorsioni, e in particolare della scarsa rilevanza del merito nei processi di selezione e di progressione della carriera, fino a giustificare l’adozione di “quote”, come l’Italia ha fatto. Non si può però dimenticare anche la maggiore debolezza contrattuale delle donne, spesso connessa alla maternità e alle attività di cura, ciò che ha condotto la riforma a introdurre una norma restrittiva sulle dimissioni, volta non già a restringere la libertà di scelta individuale, bensì a contrastare l’inaccettabile pratica delle dimissioni in bianco. La tutela delle fasce più deboli di lavoratori è inoltre spesso realizzata con il ricorso al salario orario minimo, applicabile a ogni rapporto di lavoro sostanzialmente dipendente. Semmai il problema è individuare il livello del salario minimo, in modo da realizzare la protezione del lavoratore senza scoraggiare la domanda di lavoro.
Le “imperfezioni” tipiche del mercato del lavoro vengono addotte anche a giustificazione della nostra disciplina inderogabile del lavoro. In Italia, tuttavia, si verifica un fenomeno peculiare: quello per cui la disciplina generale è inderogabile soltanto per una parte del lavoro dipendente, essendo data la possibilità all’impresa di eluderla facilmente. I lavoratori in posizione di sostanziale dipendenza in Italia si dividono quindi tra quelli protetti e quelli no. Credo che anche De Nicola converrà sull’iniquità e sull’inefficienza di questa disparità di trattamento.
Occorreva quindi disegnare una protezione inderogabile del lavoro, congrua rispetto alle distorsioni del mercato, che realizzasse un temperamento delle rigidità del nostro diritto del lavoro, avvicinandolo ai modelli europei più virtuosi e rendendolo più rispondente alle esigenze di un’economia competitiva. E occorreva estendere tale protezione, in particolare ai lavoratori che maggiormente subiscono le conseguenze negative delle distorsioni, superando un inaccettabile dualismo. Questo è uno degli obiettivi della legge 92/2012: rendere più flessibile la disciplina generale del rapporto di lavoro, ma estenderla a tutta l’area del lavoro dipendente e fare in modo che, nell’ambito dei contratti di lavoro subordinato, la domanda di lavoro torni ad indirizzarsi verso il contratto a tempo indeterminato.
Si tratta di un primo passo ed è verosimile che occorrerà fare di più, in futuro, in questa direzione, proprio per correggere l’inaccettabile dualismo del nostro mercato del lavoro, come siamo stati più volte sollecitati a fare dall’Unione europea e dalla Bce.
Abbiamo in ogni caso cercato di procedere con grande equilibrio, preservando le ragioni dell’impresa e della sostenibilità dei suoi conti. L’accusa di “costruttivismo”, lanciata da De Nicola, non mi sembra quindi meritata: si è trattato semplicemente di una normale (e, ritengo, buona) regolazione di un mercato che non è mai stato, in alcun Paese ad economia avanzata, un mercato come gli altri. Ed è altresì fuorviante la contrapposizione, istituita da De Nicola, tra regolazione e rilevanza del merito: al contrario, la regolazione deve creare le condizioni, che spesso non tendono a crearsi da sole, affinché il merito possa essere riconosciuto e premiato.
È importante in ogni caso il carattere pragmatico, e non dogmatico, che bisognerà “far vivere” nel tessuto sociale e della quale occorrerà misurare e valutare gli effetti: anche questa è una innovazione di metodo, molto importante, a mio avviso, introdotta dalla riforma del mercato del lavoro.
Ministro del lavoro e delle politiche sociali

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