mercoledì 26 settembre 2012

Le mele marce gli occhi chiusi - Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella su Corriere della Sera

Per favore, piantiamola con le mele marce. Cominciò Craxi con Mario Chiesa e da venti anni è sempre così. Piergianni Prosperini? Una mela marcia. Luigi Lusi? Una mela marcia. Francesco Belsito? Una mela marcia. Franco Fiorito? Una mela marcia. E potremmo andare avanti all'infinito e solo a metterli tutti in fila, questi frutti avariati, danno la nausea. Non sarà colpa anche della cesta?
Questo è il tema. Il ripetersi di casi di malcostume se non di malavita non può più essere liquidato come episodico. Sono troppi, come ha detto ieri anche un furente Napolitano, i casi di bullismo politico e affaristico. Vuol dire che è il contenitore di regole e controlli che non funziona e a volte è perfino criminogeno. Va cambiato. Subito. Prima che un'ondata di disprezzo travolga tutti insieme, Dio non voglia, i figuri da operetta, gli uomini indegni e le persone perbene che non meritano di essere messe nel mucchio.
Non riguarda solo Fiorito, non solo il centrodestra, non solo il Lazio. Il Gazzettino scrive che da aprile, mentre scoppiava lo scandalo dei diamanti leghisti, una delibera di presidenza del consiglio regionale veneto toglieva soldi dal «Fondo di riserva per le spese impreviste» (sic...) e li dirottava ai «gruppi» che da allora li girano in una specie di fuoribusta mensile di 2.150 euro come «rimborso forfettario» a ciascun consigliere che in cambio non deve presentare una ricevuta, uno scontrino, una bolletta.
Ora, noi vogliamo credere che tutti ma proprio tutti quei deputati regionali spendano la somma nel modo più scrupoloso: ma se uno poi ci comprerà un diadema per la morosa saremo condannati a sentire
ancora la solfa della mela marcia? Lo spiegava già il presidente americano James Madison un paio di secoli fa: «Se le persone fossero angeli, nessun governo sarebbe necessario». Un Paese si regge e prospera solo in una cornice di buone leggi fatte rispettare. Aiutando tutti a essere virtuosi.
Evviva la fiducia, ma in un Paese di eccessi come il nostro, dove anni fa un barista fu multato per aver dato senza scontrino un bicchier d'acqua a un barbone, che le regioni distribuiscano decine di milioni di euro l'anno ai propri gruppi consiliari o direttamente ai consiglieri senza chieder loro una cedola è inaccettabile. «Comincino a tagliare gli altri», dicono punti sul vivo alcuni deputati veneti. E l'identica risposta potreste averla in Molise e in Val d'Aosta, in Friuli e in Sicilia. Dove da mesi funziona come a Venezia: 2.089 euro al mese sono dati a ogni deputato dell'Ars cui viene chiesto solo di dichiarare genericamente di averli spesi bene.
Non è questa, l'autonomia che avevano in mente i padri costituenti. Un conto è dare alle Regioni la possibilità di amministrare il territorio con un'attenzione, una cura, un amore impossibili in uno Stato centralista, un altro è dare a vassalli e valvassori la facoltà di decidere in totale autarchia come spartirsi fette importanti del pubblico denaro. Per questo, a partire da qui, il governo dovrebbe sfidare il permaloso rifiuto di ogni repubblichina di rispondere allo Stato. Non va bene che ognuno fissi la propria indennità, i propri contributi ai partiti, le proprie diarie... Si fissino delle regole e valgano per tutti. E se poi si levassero lamenti sulle sovranità violate, appenderemo il cartello che c'è nei bar: per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno.

Nessun commento: