martedì 25 settembre 2012

Le radici del nostro progetto - Tommaso Giuntella su Europa

Il 13 aprile del 2008 il paese si avviava al voto e mio padre, per benedire la mia candidatura, mi regalava l’ultimo libro di Pietro Scoppola, edito postumo, Un cattolico a modo suo. Non sapevo che sarebbe stato l’ultimo regalo che ricevevo da lui, ma sentii comunque il peso della grande eredità, e quel monito che in casa era ripetuto infinite volte «i privilegi ricevuti vanno risarciti». Il primo privilegio era quello di essere cresciuto in una casa piena di libri, più di quanti se ne possano immaginare. Una casa tra le cui mensole si potevano incontrare Thomas Merton e Thomas More (ai quali devo parte del mio nome), in cui Heinrich Böll era uno di cui bisognava citare almeno una frase a memoria e l’Avventura Cristiana di Mounier andava letto pena il mancato saluto. Oscar Romero era il nostro “Che”, Theilard de Chardin e Karl Rahner erano delle istituzioni e i ragazzi della Rosa Bianca l’esempio ultimo. Sullo sfondo campeggiavano due immagini, una di un muro in Nicaragua sul quale una mano anonima aveva lasciato scritto “Revoluciòn si, però cristiana” e l’altra, imponente, di un manifesto incorniciato che recitava: “Ha vinto Zac. Forlani e la destra battuti”.
Il secondo privilegio è stato certamente quello di crescere in una zona della città di Roma, Prati-Delle Vittorie, nella quale avevano passeggiato Arturo Carlo Jemolo e Vittorio Bachelet, a Messa s’incontrava Pietro Scoppola, e si stava lì a raccogliere ansiosi le briciole dei commenti che si scambiavano con il nonno. Il terzo privilegio è stato quello di seguire un volantino che, nell’entusiamo dei sedici anni, mi portò tra una partita della Roma e un’iniziativa impegnata, a conoscere un’altra grande realtà a pochi metri dal mio microcosmo, la mitica Sezione Mazzini. Fare la colla gomito a gomito con un dirigente
nazionale, organizzare le fave e pecorino del primo maggio con un grande giornalista, ospitare iniziative di primissimo livello, sono state lezioni di vita. Ho imparato a vivere nella comunità politica, ho imparato che non c’è lezione più grande quando pensi che siccome vieni da fuori ora gli spieghi tutto tu, di un vecchio compagno di sezione che con due parole ti rimette a sedere.
Ho imparato che un pensiero, una metodologia e un’analisi della realtà e dei suoi rapporti causali, avevano quel tanto di giusto che bastava a sopravvivere ai loro ispiratori, e alla sua simbologia. Ho imparato a riconoscere lì quel che io avevo appreso da quella schiera di pensatori, dallo scoutismo e dalla radicalità del Vangelo. Che nessuno si salva da solo. Che De Gasperi, Moro, Zac, Ruffilli, lo ripetevano anche loro: bisogna stare in mezzo ai più deboli, ai più indifesi, prendere le loro parti. Il rifiuto dell’individualismo etico, come prodotto della non cultura del superuomo, del nichilismo e del rampantismo di certo capitalismo, l’ho imparato da una splendida pagina di Chesterton, in Eretici: «Ciò che è prezioso e degno d’amore ai nostri occhi è l’uomo, il vecchio bevitore di birra, creatore di fedi, combattivo, fallace, sensuale e rispettabile. E le cose fondate su questa creatura restano in perpetuo; le cose fondate sulla fantasia del Superuomo sono morte con le civiltà morenti che sole le hanno partorite. Quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell’Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole».
Ora, sarebbe il caso di arrivare dove volevo arrivare: i privilegi ricevuti vanno risarciti. Credo, parlo alla mia generazione, che chi ha avuto il privilegio di seguire le tracce imponenti del cattolicesimo democratico abbia il diritto di restituire tale privilegio sentendosi pienamente a casa nel Partito democratico di Bersani, ma il dovere di farlo possedendo e proponendo la bibliografia che rappresenta questa grande storia. Perché il governo di un paese è una cosa complessa, non si costruisce mettendo da parte le proprie radici, come non si costruisce una casa sulla sabbia e non si semina sul selciato. E se davvero ci siamo riconosciuti in quella carta d’intenti che dice che «nessuno può stare davvero bene se gli altri continuano a stare male» e che questo principio è alla base del nostro progetto, non c’è occasione migliore per incontrarsi sulla strada del Partito democratico.

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