venerdì 28 settembre 2012

L'unica Agenda - Antonio Funiciello su Europa

Mario Monti e la sua Agenda per l’Italia godono, a quanto pare, di un consenso diffuso nel paese. La cosa è particolarmente rilevante, perché in tutta la Seconda repubblica non c’è mai stato un governo così tenacemente impegnato in provvedimenti di riforma strutturale. Provvedimenti pesanti socialmente (dalle pensioni al lavoro) che non hanno impedito a chi ne porta la responsabilità politica di fronte agli italiani di conservare un alto grado di consenso.
Mario Monti, e Giorgio Napolitano, sono ancora i politici più “graditi”, nonostante tutto.
Negli anni passati, a sinistra, abbiamo assistito a un ridicolo dibattito tra sostenitori del riformismo dall’alto e quelli del riformismo dal basso. Uno dei tanti schemi di lettura utilizzati per spiegare prove di governo opache e contraddittorie, prodotti spuri dell’improvvisazione tattica, più che del disegno strategico proprio della buona politica.
Ovviamente il riformismo ha sempre bisogno, per definizione, di un partecipe consenso dal basso per procedere nella sua opera di cambiamento. Mentre il conservatorismo, di destra o di sinistra, può vivere inerzialmente nelle pieghe degli interessi costituiti, la strategia riformista abbisogna della partecipazione e della vigilanza del popolo.
Monti e la sua Agenda riformatrice hanno oggi quel respiro di lungo periodo che gli italiani dimostrano di apprezzare. I sacrifici richiesti ai padri vengono letti alla luce della necessità di non gravare sui figli, che dovranno col loro lavoro riportare l’Italia a crescere a ritmi competitivi con gli altri paesi. Inizialmente la legittimazione politica veniva a Monti dallo straordinario prestigio guadagnato sul campo dal presidente Giorgio Napolitano. Oggi Monti si è conquistato la fiducia del popolo con l’impegno di
governo e un senso dello stato che stride con gli squallori raggiunti dalla paurosa crisi di rappresentanza dei partiti.
Gli italiani non erano più abituati a relazionarsi con rappresentanti delle istituzioni capaci di mostrare un disinteresse e una dedizione totale al perseguimento dell’interesse generale. Ancora ieri Monti ha confermato di avere a cuore la nazione e i suoi destini, mettendosi a disposizione qualora le prossime elezioni dovessero non delineare uno scenario politico chiaro. In grado cioè di fare i conti con l’Agenda Monti, riferimento insostituibile per le sfide che attendono l’Italia.
Monti uomo del fare, uomo dell’enaudiano buongoverno, è d’altronde una cosa sola con la sua Agenda. Lo era all’inizio del suo mandato, quando nel suo discorso d’insediamento definì i caratteri della discontinuità che il suo governo avrebbe incarnato, in coerenza con la famosa lettera della Bce cascata in testa allo sbigottito esecutivo berlusconiano.
Eppure Monti è ancor più inscindibile dalla sua Agenda oggi che, contro ogni pronostico e ogni abitudine dei flussi di consenso, l’opinione pubblica diffusa la difende nei sondaggi.
Arrivando a invocare per la prossima legislatura una prosecuzione del lavoro dell’Agenda Monti, quale che sia l’esito elettorale.
Domani discuteremo dell’Agenda Monti a Roma (al Tempio di Adriano dalla 10.30 alle 16.30), per cercare di unire le sorti politiche del Partito democratico all’enorme credibilità e fiducia che Mario Monti si è guadagnato sul campo. Perché più che per le primarie del centrosinistra, i temi dell’Agenda saranno cruciali per lo sviluppo della contesa politica e chi saprà meglio incarnarne la prosecuzione progressiva, avrà in tasca la vittoria alle prossime elezioni.
Che nel Pd si faccia finta di niente, proseguendo in modi farseschi l’abitudine della doppiezza togliattiana, oltre ad essere grossolano, è controproducente.
L’idea di rimettere in discussione, prima che singole scelte di policy, l’impianto generale di politcs del governo Monti, testimonia della cecità di chi non vede che l’Europa sta provando a darsi una seconda chance nel tentativo di costruire un’unità politica in grado di costruire un nuovo secolo di prosperità e giustizia.
L’Agenda Monti è la garanzia per l’Italia di restare protagonista di quest’opera di costruzione.
La sua negazione comporta non tanto la probabilità che da quell’opera l’Italia sarà estromessa, ma la certezza che all’Italia sarà addebitato il fallimento generale dell’opera stessa.

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