venerdì 21 settembre 2012

Macché socialdemocrazia, Bersani coraggioso - Vanio Balzo su Europa

Nell’intervento di Petrolo del 19 settembre scorso emerge, sia nel titolo che nel contenuto, l’immagine di un Pd ingessato nella dialettica tra socialdemocratici e liberal che, oltre ad essere stata superata dai fatti, ci riporta a discussioni un po’ vecchiotte. Intanto, bisogna ricordare che Bersani, nonché il candidato naturale del Pd che generosamente ha chiesto (a proposito di coraggio) che venisse cambiata la norma statutaria per far concorrere altri candidati democratici, è anche quel Bersani che si è candidato alla segreteria del partito senza alcuna rete di salvataggio e che, unico nella storia repubblicana, è riuscito a liberalizzare, e quindi a modernizzare, il paese con interventi legislativi che oggi, quasi senza accorgercene, agevolano la nostra vita e danno un po’ di ossigeno a molte attività economiche.
Precisato ciò, la stonatura che si coglie nell’intervento sopra citato è nell’automatismo che vedrebbe l’idea socialdemocratica abbruttita da un velo ideologico e arcaico, e il liberalismo (addolcito con il sempiterno riformismo) come emblema della modernità e, ovviamente, essenza prima del Pd. Suggerirei di uscire dalle caricature e di fare un ragionamento un po’ più profondo. Parto da una domanda: sul serio si pensa che Bersani, in sfregio a qualsiasi deontologia politica, aspiri a raccogliere tutti i voti della sinistra e non abbia alcun interesse per i voti dei tantissimi delusi, anche della destra? È meglio ripercorre la storia seppur breve del partito. Siamo nati cinque anni fa proponendoci come la forza riformista del nuovo secolo, capace di raccogliere il consenso della maggioranza relativa degli italiani: gli italiani hanno preferito Berlusconi.
Abbiamo fatto un congresso molto difficile, delicato, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di iscritti e milioni di elettori: ha prevalso la proposta e la leadership di Bersani. In tre anni, abbiamo
praticato una politica di alleanze non solo perché ciò rispondeva all’analisi politica prevalsa al congresso, ma anche perché l’altra strada (vocazione maggioritaria) si era già dimostrata impercorribile. Aggiungo, che tale impercorribilità non è, a parer mio, assoluta, ma è determinata dalla crisi planetaria della democrazia e dal sistema politico che ci troviamo oggi, che sicuramente dovremmo modificare affinché siano poche, chiare e alternative le proposte in campo, ma che per ora non permette altre formule se non quelle coalizionali.
In queste condizioni oggettive, il potenziale primo partito italiano dice sostanzialmente a tutti gli elettori (e non solo ai tradizionali propri) che la ricetta berlusconiana è fallita con la massima evidenza e che per salvare e ridare slancio al nostro paese occorre un patto di governo tra progressisti e moderati antipopulisti per: continuare a risanare i conti, creare lavoro, distribuire meglio le risorse, costruire un nuovo civismo, riformare le istituzioni, cominciando proprio dai partiti che non possono più essere padronali.
Se la si vuol vedere senza strumentalizzazioni, questa proposta sicuramente chiama a raccolta tutti gli elettori del centrosinistra e onestamente dice a chi non ci ha votato finora che, visto il punto critico in cui ci troviamo, esiste un modo diverso di concepire il potere, la politica e l’utilizzo della cosa pubblica. La proposta che viene avanzata come modernizzatrice, liberal e riformista, ha due evidenti limiti: il primo, ripropone lo schema berlusconiano per cui i partiti sono superati dal leader che ha un diretto rapporto con i cittadini (ma non ci è bastata l’ubriacatura personalistica di un intero ventennio?); il secondo, si fonda sul presupposto che rivolgendosi ai delusi della destra questi arrivino in scioltezza, dimenticando che la qualità principale di un grande leader è quella di usare parole che non sembrino sconvenienti ai propri elettori e al tempo stesso accattivanti per chi non lo ha mai votato.
Per capirci, è molto più facile attirare voti nuovi su un corpo elettorale che c’è, che non convincere i propri elettori ad accettare ricette che piacciono agli elettori della parte avversa. Perché, è bene ricordarlo, nelle elezioni vere in cui è in gioco il governo del paese, l’elettore deluso di destra o di centro ti può votare se le tue proposte sono credibili per le sue orecchie e se hai possibilità di vittoria: due condizioni che puoi tentare di assecondare se sei forte di tutto il tuo consenso tradizionale.

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