martedì 4 settembre 2012

Né Thatcher né Mitterrand - Marco Follini su Europa

Marco Follini
L’idea dei giovani turchi secondo cui il Partito democratico dovrebbe consegnarsi a un inesorabile destino socialdemocratico ha soprattutto questo di sbagliato: che non mette nel conto l’inedito. Affronta questa crisi come fosse l’ultima puntata di un serial economico- sociale destinato a ripetersi su per giù allo stesso modo da molti anni a questa parte e per molti anni ancora.
In questo quadro, drammatico e insieme a suo modo rassicurante, ognuno dovrebbe semplicemente recitare se stesso: i liberali fare i liberisti, e chi non è abbastanza liberista farsi socialista. Ognuno con le sue figurine al posto giusto: Keynes, Milton Friedman, tutt’al più il cancelliere Ehrard.
Ora io credo invece che proprio la crisi che stiamo attraversando ci impone invece di cercare altre mappe sulle quali orientarci.
Noi infatti per un verso soffriamo di un drammatico gap sociale: redditi bassi, indici di disoccupazione insopportabili, disuguaglianze a volte perfino oltraggiose. In una parola, tutto quello che è all’origine di una politica redistributiva. Dall’altro verso, ci troviamo alle prese con una rivoluzione liberale mai neppure tentata. E le ragioni per le quali quella “rivoluzione” colpì l’immaginazione della maggior parte degli elettori italiani sono ancora tutte lì.
Cioè un carico fiscale pazzesco, una burocrazia con tratti medievali, una giustizia civile con ritmi da lumaca, e via elencando e lamentando. È la combinazione di questi due fattori che cambia (o almeno dovrebbe) il nostro modo di pensare.
Gli americani, che in questo genere di cose sono un po’ rudi, direbbero che non abbiamo trovato il giusto mix tra takers e makers, tra chi produce ricchezza e chi se ne prende una parte per le più nobili ragioni. Noi forse dovremmo andare alla ricerca di equilibri più sottili, e più complessi e meno sbrigativi. Ma il problema, al fondo, resta quello. Non ci si può illudere di fare ripartire la nostra economia né
giocando tutto dal lato della socialità, come se il mercato fosse una variabile indipendente, né all’opposto facendosi zelanti paladini del mercato, come se i bisogni delle persone potessero essere algidamente trascurati. Né la signora Thatcher, né il primo Mitterrand, se proprio vogliamo trovare esempi nel più recente pantheon europeo.
Quello che serve al paese (e anche a noi stessi, secondo me) è una nuova sintesi, che sappia mettere insieme la sollecitudine verso i ceti più deboli che è tipica delle nostre più ataviche culture politiche e la cura di quelle condizioni macroeconomiche senza di cui investimenti e innovazioni restano geremiadi buone per i nostri comizi domenicali. E tanto più serve questa nuova sintesi quanto meno i nostri avversari sono capaci di fare la parte che l’antico copione assegnerebbe loro. Un centrodestra che fosse davvero in grado di ripensare lo stato, il welfare, l’economia secondo i propri stessi classici, potrebbe forse lasciare al centrosinistra il compito più semplice di restare a sua volta ancorato a una parte della sua tradizione. Ma un centrodestra che pratica il liberismo alle vongole, non ci consente, neppure volendo, di propinare agli italiani il socialismo al caviale.
Noi dobbiamo quadrare il cerchio. Quando si dice “agenda Monti” si vuole alludere a un Pd che non sta chiuso asserragliato nel recinto di una parte – peraltro una sola – della sua storia, ma che cerca invece di giocare a tutto campo, tentando di fondere rivoluzione liberale e giustizia sociale in una sintesi di una qualche originalità. È l’inedito che ci spinge lì, la novità di una crisi che sembra avere la portata di quella del ’29, e caratteri finora largamente sconosciuti. Appunto per questo occorre allargare l’orizzonte, e non illudersi che il sole dell’avvenire stia dietro l’angolo.

Nessun commento: