giovedì 13 settembre 2012

Nichi, sul referendum sbagli - Cesare Damiani su Europa

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Non condivido l’idea di tenere un referendum sui temi del lavoro per motivi di metodo e, in parte, di merito. Vorrei chiarire che, a mio avviso, la scelta compiuta da Nichi Vendola non ha niente a che vedere con il problema delle alleanze che il Partito democratico dovrà costruire con l’obiettivo di governare il paese. Rimango dell’opinione che, per formare un fronte progressista non chiuso in se stesso e capace di dialogare con il centro moderato, si debba passare innanzitutto da un confronto con Sel.
Non voglio neanche demonizzare lo strumento referendario ma, al tempo stesso, chiarire il motivo per il quale ritengo inopportuna questa scelta, soprattutto nel contesto attuale. Non sfugge ai promotori del referendum che il 2013 sarà l’anno delle elezioni politiche e che, di conseguenza, il referendum non si potrà tenere. Capisco la carica simbolica di questa iniziativa e la volontà di avere un contenuto da sbandierare ma, proprio per questo, ritengo che la scelta sia sbagliata perché abbiamo bisogno di dare soluzioni concrete alle questioni sociali che riguardano il paese, piuttosto che alludere a salvifiche e futuribili soluzioni difficili da realizzare.
Inoltre, il Pd si candida con i suoi alleati a governare il paese ed è in questa prospettiva che dobbiamo proporre, attraverso un programma ben radicato nei temi sociali, di correggere le riforme delle pensioni e del lavoro volute dal governo Monti in quelle parti che peggiorano la condizione di vita dei lavoratori. Sarà dunque la via legislativa quella che dobbiamo privilegiare per indirizzare l’azione del futuro governo verso scelte equilibrate di rigore, sviluppo ed equità. Per quanto riguarda il merito, a proposito dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, penso che il compromesso raggiunto con il governo, grazie all’azione incisiva del Partito democratico, che ripristina la tutela reale anche per i licenziamenti di
carattere economico consentendo un’alternativa “alla tedesca” tra risarcimento e reintegrazione nel posto di lavoro, vada preservato.
Va piuttosto effettuato un serio monitoraggio relativo all’impatto della riforma sul mercato del lavoro reale, individuando le correzioni che si renderanno necessarie anche a seguito di un approfondito confronto con le parti sociali. Una verifica sul campo si rende necessaria perché è lo strumento più idoneo per trovare la giusta convergenza tra imprese e sindacati che, non dimentichiamolo, hanno già redatto su questa materia un avviso comune trasformato in legge dalla camera.
Per quanto riguarda, infine, la questione dell’articolo 8 del dl 138/2011 voluto da Sacconi e convertito nella legge 148 del 2011, a mio avviso esso va cancellato. Abbiamo avversato a suo tempo questa soluzione e dobbiamo continuare a farlo, non per pregiudizio ideologico, ma nella consapevolezza che la derogabilità delle leggi e dei contratti negli accordi stipulati a livello aziendale e territoriale, va nella direzione di destrutturare il quadro normativo e di regole a livello nazionale. Viceversa, come ha di recente ricordato il presidente del consiglio, dobbiamo enfatizzare il ruolo contrattuale delle parti sociali valorizzando l’accordo interconfederale del 28 giugno dello scorso anno. Un’ultima notazione: quando si decide di promuovere una prova referendaria ci si deve anche preoccupare di vincerla. La mia storia politica e sindacale mi riporta alla memoria il referendum del 1985, anno nel quale si giocò l’enorme partita politica della scala mobile. Pensavamo di vincere, ma così non è stato. Non ci eravamo accorti del grande cambiamento avvenuto in quegli anni nel corpo sociale del paese.
Non dobbiamo commettere nuovi errori e soprattutto ancorare la nostra azione ad una forte politica riformista che guardi ai giovani e che si preoccupi di salvaguardare i diritti dei lavoratori e dei pensionati con riforme che siano caratterizzate finalmente dall’equità sociale e dalla difesa dei più deboli.
Cesare Damiano

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